Cinema

Tarantino omaggia Morricone: «Il re è morto. Viva il re»

Un rapporto difficile, il retroscena di una collaborazione ritardata che avrebbe poi portato il compositore romano a vincere l’Oscar per la colonna sonora

Tutti quelli che lavoravano con Ennio Morricone lo chiamavano “Maestro”. Un titolo che esprimeva sia rispetto sia affetto per il prolifico compositore scomparso a 91 anni. Dalla fine degli anni Cinquanta, ha scritto qualcosa come cinquecento colonne sonore. Ha lavorato per grandi registi. La sua musica ha ispirato un’ampia gamma di artisti, dai Metallica a Celine Dion, da Mark Knopfler agli U2. A sottolineare questa produzione l’Oscar alla carriera che l’Accademia gli consegnò nel 2007. Dovrà, invece, aspettare il 2016 per vedere premiata nella Notte delle Stelle una sua colonna sonora. Un cruccio per lui, che avrebbe voluto vincere per Mission, fra le sue musiche del cuore. Accadde, invece, per la sua opera su The Hateful Eight di Quentin Tarantino.

Quel riconoscimento stava però per diventare un’altra delle grandi occasioni perse da Ennio Morricone. Come quando Sergio Leone gli vietò di accettare la richiesta di Stanley Kubrick per comporre le musiche di Arancia meccanica. «Fu lo stesso Sergio Leone a telefonare a Kubrick dicendogli che io stavo lavorando per lui», raccontava. «Non era vero. E così fallì tutto, proprio quando io avevo quasi concluso il lavoro per Kubrick. Devo dire che alcune delle mie idee furono poi spunti per le musiche di Wendy Carlos».

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Lo stesso stava per capitare con Quentin Tarantino. Quando il regista americano ha provato a contattarlo, il compositore, indolente come molti romani, l’aveva rimbalzato. «Non ho tempo», ricordava di aver detto. «È successa la stessa cosa quando mi aveva chiesto di scrivere la musica per Bastardi Senza Gloria». A fargli respingere l’invito questa volta fu Giuseppe Tornatore, con il quale Morricone stava lavorando per La Corrispondenza (e il regista di Bagheria stava anche realizzando un documentario su di lui, Lo Sguardo Della Musica).

Tarantino, tuttavia, non si arrese. «Per quello che mi riguarda, è il mio compositore preferito, e quando dico “compositore preferito”, non voglio dire “compositore di colonne sonore”, parlo di Mozart… Beethoven… Schubert», dichiarò il regista di Kill Bill ritirando il Golden Globe per conto di Morricone. Parole alle quali il compositore romano aveva replicato asciutto: «Le sue parole un po’ mi hanno fatto piacere, un po’ mi hanno anche dato l’impressione che stesse prendendomi per i fondelli, forse con l’obiettivo di creare pubblicità attorno al film. Non credo a giudizi simili, sono adulazioni».

E quando a Morricone venne consegnata la stella della Walk of Fame, Tarantino ebbe modo di ribadire la sua ammirazione per il Maestro, confessando di avere a casa più dischi del musicista italiano che dei Beatles e di Dylan. Ammirazione che si è trasformata in commozione alla notizia della morte del suo idolo. «Il re è morto, lunga vita al re», ha postato Tarantino dall’account Twitter del New Beverly Cinema, il suo.

Il rapporto tra i due è sempre stato acceso. E se da una parte c’era la venerazione da parte del cineasta per il compositore, dall’altra c’erano anche diversità di vedute più o meno trapelate. Parlando di lui, però, Morricone aveva detto: «Non ho mai detto che Tarantino è un cretino come è uscito in una mia intervista sull’edizione tedesca di Playboy. Non solo non ho detto mai quelle cose, ma non le penso. Considero Tarantino un grande regista. Sono molto affezionato alla mia collaborazione con lui e al rapporto che abbiamo sviluppato durante il tempo che abbiamo trascorso insieme. Coraggioso e con una personalità enorme. Ringrazio la nostra collaborazione per avermi procurato un Oscar, che è sicuramente uno dei più grandi riconoscimenti della mia carriera e sono grato per aver avuto l’opportunità di comporre musica per un suo film».

Tarantino cominciò a usare musica originale per i suoi film con Django, nonostante la sua ammirazione per Morricone fosse già evidente per come aveva fatto ricorso ai vecchi pezzi del Maestro in molti suoi film, a partire da Kill Bill. Dal compositore che aveva scritto la colonna sonora di Per un pugno di dollari e de Il Buono, il Brutto e il Cattivo, ritenuto «il più alto risultato nella storia del cinema», voleva un’opera originale. Così, quando si trovò a Roma per ricevere il David di Donatello, Tarantino andò a bussare alla porta del suo idolo. «Prima mi ha mandato la sceneggiatura e poi è venuto a casa mia» raccontava Morricone. «Ho letto con mia moglie lo script e pensavo che fosse una storia bellissima. Siamo stati assieme un’ora e mezza e mi ha convinto a farlo».

Felice, Tarantino gli anticipò di aver già finito la produzione e che avrebbe avuto bisogno delle musiche entro un mese. Il Maestro esitò: avrebbe avuto solo un paio di settimane libere, prima di iniziare a lavorare sul film di Tornatore. Ma, utilizzando alcune musiche avanzate dal capolavoro di horror sci-fi La Cosa di John Carpenter, il compositore era pronto per mettersi all’opera e chiudere il lavoro in tempo.

Il ricorso a quelle tracce non utilizzate nel film di Carpenter ha un senso logico, visto che, in qualche modo, The Hateful Eight può essere considerato un discendente diretto de La Cosa, con i suoi set invernali, i suoi personaggi inquietanti, litri e litri di sangue. Una collaborazione che ha condotto Morricone a un punto altissimo dell’ultima fase della sua carriera. Freddo, intenso e tumultuoso in ugual misura, segue il crescendo di violenza del film, dalla sua apertura fino ai titoli di coda, con il pezzo La Puntura Della Morte.

Tarantino ha paragonato la colonna sonora, che sinistramente lascia intuire il cruento atto finale del film, a qualcosa di più adatto a un horror o un film giallo. È un contrasto netto con quello che il regista aveva in mente quando ha scritto il film. «Quentin Tarantino considera questo un western; secondo me non lo è» sorrideva Morricone, aggiungendo che lo vede più come un film di avventura. «Volevo fare qualcosa di completamente diverso da ogni cosa che avessi composto in passato per un western».

Mentre la musica del Maestro per i film di Sergio Leone suona rarefatta, con degli scambi di battute tra ottoni, armoniche e vocalizzi drammatici (Clint Eastwood una volta ha detto che il regista e Morricone hanno insieme “operizzato” il western), il lavoro per The Hateful Eight si evolve in un lussureggiante lavoro orchestrale. Inizia con una Overture, un tocco che ricorda Ben-Hur o Lawrence d’Arabia, e presenta un avvincente, lento crescendo dei temi principali del film, con oboe, campane e archi che si insinuano lentamente. «Non avevo idea che Quentin iniziasse il film in quel modo», raccontava Morricone. «Gli ho dato cinque tracce adatte e rispetto la sua scelta». L’overture iniziale ha strappato applausi dovunque, prima ancora dell’arrivo della prima parolaccia.

«Nel passato, abbiamo usato i cosiddetti “suoni reali” perché nell’opinione di Sergio Leone erano molto, molto utili a dare il corretto messaggio al pubblico», spiegava Morricone. «Era utile per far arrivare alle persone di campagna il suono della città e viceversa. Per esempio, usavo il fischiettio perché serviva a far arrivare il messaggio del film con suoni semplici, che tutti potevano capire». In The Hateful Eight, invece, l’uso delle voci degli uomini è una novità.

Far notare questa evoluzione era molto importante per Morricone che, negli ultimi anni, aveva spesso diretto orchestre per riprodurre i suoi successi principali. E come in The Hateful Eight, era molto attento a presentare non solo i suoi primi lavori ma anche la sua stessa crescita. «Sono sempre stato molto, molto rigoroso nello scegliere quale musica suonare», spiegava. «È molto importante presentare al pubblico una combinazione dei temi più famosi, quelli più semplici, assieme ai pezzi più difficili. È importante per la mia dignità come compositore».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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