Musica

L’album casalingo del “contadino” Paul McCartney

Esce il terzo capitolo della trilogia di pubblicazioni realizzate senza collaboratori. Un disco influenzato dal lockdown e dai sogni. «Durante il sonno faccio chiacchiere con John Lennon col quale siamo rimasti amici fino alla fine». «Molti mi chiedono se questo è il mio ultimo album, me lo chiedono da quando avevo 50 anni. Non credo». Un film e un musical tra i prossimi progetti

Come tutti noi, anche Paul McCartney si è trovato quest’anno ai “domiciliari” a causa del lockdown. Come molti di noi, ha cominciato a rovistare nei cassetti, fra idee abbozzate e accantonate, spartiti dimenticati. E fra le mani gli è capitata When Winter Comes, una canzone inedita scritta negli anni Novanta con il produttore dei Beatles George Martin. Una dolce canzone sulla vita familiare, con due vecchi amanti che si scaldano al fuoco del camino, che poteva stare benissimo come lato b di When I’m Sixty Four scritta dalla prospettiva di un uomo di 78 anni. È invece la traccia che chiude McCartney III, in uscita il 18 dicembre, terzo capitolo di una trilogia di pubblicazioni per le quali si è isolato dai suoi collaboratori, dopo McCartney nel 1970 e McCartney II nel 1980.

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McCartney III è stato infatti realizzato interamente da solo nella sua fattoria nel Sussex. Tutte le canzoni dell’album sono state costruite con Macca che cantava su accompagnamenti di chitarra o piano, e sono state sovraincise con il suo basso e parti di batteria. «Ma in nessun momento ho pensato: “Sto facendo un album”», ha detto l’ex beatle. «Ero bloccato in casa, potevo fare quello che volevo. Quello che mi ha stupito è che non sono stufo della musica. Perché, a rigor di logica, avrei dovuto annoiarmi anni fa».

Così una canzone tira l’altra ed è nato un album. When Winter Comes, diventata nella nuova versione Winter Bird / When Winter Comes, ha ispirato un’altra traccia, Long Tailed Winter Bird, quella che apre il disco: è una traccia quasi interamente strumentale, ad eccezione di alcune pause con una voce pesantemente elaborata. Un pop melodico è Find my way, introdotto da chitarre elettriche, clavicembalo e Mellotron. La lettura di un libro su Venere e le costellazioni, durante il lockdown, ha portato all’acustica The Kiss of Venus, uno dei migliori episodi dell’album, con Paul che osa di più con la voce, usando il falsetto. «In realtà stavo solo prendendo frasi dal libro, suoni armonici. E il libro parla della matematica dell’universo e di come quando le cose orbitano l’una intorno all’altra, e se si traccia tutti i modelli, diventa come un fiore di loto», ha spiegato.

Anche Women and Wives è frutto delle letture del periodo di clausura. «Stavo leggendo un libro su Lead Belly», racconta sir Paul. «Guardavo la sua vita e pensavo alla scena blues di quel periodo. Amo quel tono di voce, l’energia e lo stile. Quindi ero seduto al mio pianoforte, e stavo pensando a Huddie Ledbetter (vero nome di Lead Belly, nda), e ho iniziato a masticare in tonalità di Re minore, e mi è venuta in mente questa frase: “Ascoltatemi donne e mogli”, con un tono vocale simile a quello che immagino possa fare un cantante blues. Prendevo spunto da Lead Belly, dal blues». Qui Paul suona il contrabbasso e lascia alcune imperfezioni udibili, in modo da sottolineare le radici stilistiche della canzone.

In questo album, McCartney torna a essere «un contadino che suona la chitarra», come negli anni Settanta era stato definito da uno dei musicisti degli Wings. Un “contadino” che però usa apparecchiature “sacre” tra cui il suo basso Hofner a forma di violino, un Mellotron degli studi di Abbey Road usato dai Beatles, un contrabbasso che ha supportato Elvis Presley e attrezzatura da studio dalle sessioni degli Wings nel 1971. «Molti mi chiedono se questo è il mio ultimo album, me lo chiedono da quando avevo 50 anni, come se tutto quello che faccio dovrebbe essere sempre l’ultima cosa. Non credo proprio». Infatti, accanto al nuovo album, Macca ha altri progetti: il film di animazione High In The Cloud, già acquistato da Netflix, la ristampa speciale di Flaming Pie e gli ultimi preparativi per It’s A Wonderful Life, il musical che ha scritto negli ultimi tre anni basato sul famoso film di Frank Capra. Quest’uomo che ha rivaleggiato con Mick Jagger all’alba degli anni Sessanta, che ha incontrato Elvis Presley, che è sopravvissuto a 15 primi ministri britannici e 14 presidenti americani, un uomo che ha ispirato tutti, da Pete Townshend a Noel Gallagher, da Paul Weller a Ed Sheeran, che era già famoso quando fu ucciso JFK, già popolare quando gli uomini sbarcarono sulla luna, quest’uomo che è durato più a lungo dei Led Zeppelin, David Bowie, dei Sex Pistols e degli Oasis, quest’uomo è un artista di 78 anni che sembra più vicino ai 50.

«Quando abbiamo fatto Abbey Road ero morto, quindi tutto il resto è un bonus», commenta sornione. E proprio allo storico album del 1969 sembra far riferimento nella sua eccentricità il sarcastico blues-rock Lavatory Lil. «È la parodia di qualcuno che non mi piaceva», spiega. «Qualcuno con cui stavo lavorando e che si è rivelato un po’ cattivo. Così ho inventato il personaggio di Lavatory Lil e ho ricordato alcune delle cose che erano successe, inserendole nella canzone. Ma non rivelerò mai chi fosse». Liricamente insolita anche Pretty Boys, un folk elettroacustico con chitarra, clavicembalo e ritornello senza parole che si attacca alle orecchie. «Parla di modelli maschili», spiega. «Sono stato fotografato da molti fotografi nel corso degli anni. E quando arrivi a Londra, fai sessioni stile Blow-Up (il film del 1966 del regista Michelangelo Antonioni su un fotografo di moda, nda). Mi ha colpito il fatto che siamo come modelli, lì per essere usati».

Un album onesto, casalingo, rustico, vintage, intimo, e McCartney è un maestro nello scrivere sulla vita domestica, ma non cercateci una nuova Yesterday o un’altra Eleanor Rigby. «C’è qualcosa di diverso nel mio modo di comporre rispetto al 1980 o 1970 o quando ho iniziato a scrivere canzoni?», si chiede. «Quando ho detto per la prima volta a John, “ho scritto alcune canzoni”, erano cose semplici. La mia prima canzone si chiama I Lost My Little Girl e si regge su quattro accordi. Quando siamo entrati nella fase successiva della scrittura di canzoni, sono nate Thank You Girl, Love Me Do, Please Please Me. Poi è arrivata una vena ricca quando siamo diventati più maturi, con cose come Let It Be, The Long and Winding Road. Ma fondamentalmente penso che io sia sempre lo stesso. È che a volte sei fortunato. Tipo Let It Be, che veniva da un sogno in cui mia madre aveva detto quella frase. Yesterday è nato dal sogno di una melodia. Sono un grande sostenitore dei sogni».

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Nei sogni appare anche John Lennon. «Non tengo il conto di quante volte, l’ultima è stata circa un mese fa. Il fatto è che, se sei un artista, trovo che i sogni siano spesso legati a un concerto o alla preparazione di un concerto o di una registrazione. Quindi, spesso penso: “John o George saranno lì”. E ti trovi a chiacchierare, parlando di quello che faremo, come per fare un disco o qualcosa del genere. Ho visto John molto di più negli anni che hanno portato alla sua morte di quanto la gente pensi. Sono stato molto fortunato in questo senso. Abbiamo risolto il nostro battibecco familiare e ho potuto vederlo e parlargli in diverse occasioni, quindi siamo rimasti amici fino alla fine».

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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