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“La Passione” secondo Mario Luzi

L'opera fu scritta nel 1999 per la Via Crucis al Colosseo presieduta dal Santo Padre Giovanni Paolo II

Francesco Capaldo di Francesco Capaldo
Aprile 17, 2022
in Libri
Tempo di lettura: 4 mins read
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"La Passione" secondo Mario Luzi

Sono in Campania, per pochi giorni nella mia terra di origine. Leggo La passione di Mario Luzi. L’ho ricevuto in dono alcuni giorni fa dalla poetessa Caterina Trombetti, la più importante testimone degli ultimi quindici anni di vita del poeta. La passione fu scritta da Luzi nel 1999 per la Via Crucis al Colosseo presieduta dal Santo Padre Giovanni Paolo II. In questo testo dove poesia e drammaturgia felicemente si incontrano, Gesù racconta in un monologo intenso e lacerante al Padre l’angoscia, la tristezza, e la paura di sentirsi abbandonato da tutti (p.11).

È l’unico protagonista di una scena nuda, essenziale e di grande valore simbolico ed esistenziale. È Dio ma è anche un uomo; è stato spogliato di tutto, di ogni grandezza. Con parole ultime e definitive si rivolge al Padre, gli parla di sé; gli dice di trovarsi nell’Orto degli ulivi. Non tace il suo dolore, i gesti che compie (‘mi prostro con la faccia a terra, dico parole dissennate’). Vede la gente che arriva, i dodici, poi Giuda che si avvicina ‘con una moltitudine per niente pacifica’. Con un bacio lo tradisce. È inerme dinanzi al tradimento, e al timore di essere ghermito dal male.

Mario Luzi, La passione (Via Crucis al Colosseo), Garzanti, Milano, 1999, euro 10,00

A ogni suo gesto, a ogni sua parola lentamente la tensione lirica e drammatica sale. Si ritrova così dinanzi alle autorità terrene. Parla sempre al Padre. Gli dice ciò che gli accade. È il suo unico confidente dinanzi alla ferocia degli uomini, che non esitano ad accanirsi contro i propri simili e a infliggere loro dolori indicibili. Gesù ha amato gli uomini, tutti, indistintamente, eppure loro lo ‘portano (p.19) dinanzi ai giudici’ e in nome di Dio compiono ‘empietà, soprusi, disegni miserabili, perfidie, ipocrisie’. Lo conducono nel sinedrio. Coloro che lo odiano di più sono i sommi sacerdoti. Lo scrutano, sono irritati dal suo silenzio. I suoi simili (p.23) sono eccitati dal male che si preparano a fargli; vogliono uccidere il divino che c’è in lui. Vogliono sfogare su di lui, ‘ sopra un misero e indifeso corpo umano che hanno nelle loro mani, l’astio d’un antico e inconfessato paragone con la divinità’ (p. 27).

Dinanzi al Male però non viene meno l’amore di Gesù per gli uomini. Egli confida nel Padre, anche quando racconta della propria caduta, umanissima e altamente drammatica, sotto il peso della croce (p.31):

[…] sono caduto sotto il peso,
hanno dato a portare la mia croce a un Simone di Cirene,
temevano che soccombessi,
qualcuno ha avuto un pentimento ma è stato solo un attimo. […]

Il suo sguardo umano si posa sulle cose. È pietoso, buono. Si ferma sulla madre. Lei lo segue. È lì, sullo sfondo di una scena nuda, essenziale, dove c’è solo lui e i suoi carnefici. Lui teme per lei. Soffre per lei. Gli strazia il cuore:

[…] Perché mia madre mi
segue e non si allontana?
Così strazia il suo cuore
e il mio non sfugge al suo martirio. […]

Gesù soffre ma dubita anche. Teme che il suo insegnamento sia fallito (p.35); lo invade il pensiero della morte, ormai vicina. Ha umanamente paura ma sa che lui è lì per vincere la morte. Soffre, incontra solo l’avversione dei propri simili. In quel deserto si staglia sulla scena ancora una volta la figura di una donna. Gli passa un panno sul viso, gli dà un lieve sollievo. Il dolore però si fa inesprimibile (p. 55), e con parole energiche e dense scava, senza cedere alla disperazione e sorretto da una speranza, nella sofferenza. Nonostante il male che gli viene inferto, Gesù ama la terra e gli uomini profondamente (p.59):

Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto.

È bella e terribile la terra.
Io ci sono nato quasi di nascosto,
ci sono cresciuto e fatto adulto
in un suo angolo quieto
tra gente povera, amabile e esecrabile.
Mi sono affezionato alle sue strade,
mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti,
le vigne, perfino i deserti.
È solo una stazione per il figlio tuo la terra
ma ora mi addolora lasciarla
e perfino questi uomini e le loro occupazioni,
le loro case e i loro ricoveri
mi dà pena doverli abbandonare.
Il cuore umano è pieno di contraddizioni
ma neppure un istante mi sono allontanato da te.
Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi
o avessi dimenticato di essere stato.
La vita sulla terra è dolorosa,
ma è anche gioiosa: mi sovvengono
i piccoli dell’uomo, gli alberi e gli animali. […]

Gesù soffre ma anche in punto di morte esprime il suo amore per la Terra e gli uomini. Nella stazione successiva la narrazione sarà affidata a un testimone, fino alla Resurrezione e alla conclusione del dramma. Questi versi però sono importantissimi per comprendere la rilettura che Luzi ha fatto della Passione. Qui, infatti, la sua scrittura tocca uno dei vertici più alti. Nella figura di Gesù egli incarna l’amore che ogni uomo dovrebbe nutrire per la Terra, per gli uomini e per la vita. Il male che possiamo ricevere dagli altri, ci insegna il Poeta, non deve indurci a non amare più i nostri simili; al contrario deve aiutarci a radicarci ancora di più nell’amore e nella speranza di una sconfitta della morte e di una deflagrazione della vita. Speranza che bisogna tenere più che mai viva in un momento così difficile per l’umanità scossa da ombre di morte e guerra.

Tags: La PassioneMario Luzi
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