Non sono un lettore di Vichi. Non per una ragione precisa. Semplicemente non mi è capitato di leggere nulla di suo, pur avendo visto in più occasioni i suoi romanzi ben esposti in libreria. Questo racconto infatti l’ho comprato, anzi l’ho ordinato dopo averne letto alcune righe su una bancarella davanti a Palazzo Strozzi, in una delle mie passeggiate pomeridiane. Ero di passaggio, avevo aperto a caso, mi aveva colpito non ricordo bene neanche io cosa.
La storia è semplice: uno scrittore in crisi, alter ego dell’autore, incontra un paralitico. I due cominciano a frequentarsi. Sullo sfondo c’è la città di Firenze con i suoi locali e le sue architetture. L’amicizia fra i due è insolita. Quasi d’altri tempi. Sono due uomini diversissimi. Qualcosa, però, li lega. Il paralitico, di nome Davide, sfida continuamente il mondo intorno a lui. È arrabbiato, non ha attraversato il suo dolore, cerca di catturare l’attenzione per compensare ciò che la vita gli ha negato, cioè delle gambe sane. Egli rifiuta la falsità, la finta pietà, ama continuamente impastare le mani nella propria sofferenza. È un personaggio drammatico: non accetta i luoghi comuni, provoca in maniera irritante lo scrittore con affermazioni a volte dissacranti. Penso alla scena in cui i due sono dinanzi a una scuola superiore. Davide, non potendo vivere una sessualità normale, è attratto dalla vita altrui, e in maniera morbosa da quell’età di passaggio in cui le ragazzine cominciano a diventare donne. È questa la ragione per cui le aspetta davanti alla scuola. Per lo scrittore ciò è scandaloso. Per lui sono ancora bambine, e quella del suo amico è un’ossessione. Il dialogo fra i due fa emergere due modi diversi di guardare la vita: quello perbenista di Trotti, l’altro pessimista, anticonformista di Davide, che ne rappresenta un po’ l’ombra, la parte oscura. Il paralitico vede nelle ragazze che si apprestano a diventare donne non il fiorire della giovinezza ma una sorta di decadenza, l’inizio di un declino e di una trasformazione, in cui ravvisa la traccia di una tragedia comune a tutti (p.27):
[…] Ma la trasformazione è adesso. Mi piace guardarle così, in questa età cruciale. Mi piace vedere come il gesto affettato s’innesta nella naturalezza infantile, come la spontaneità cede all’artificio. È una sorta di decadenza, per questo mi emoziona. Mi capisce Trotti? Il momento del declino… L’antitesi dell’immobilità. In ciò che si corrode colgo il movimento, la trasformazione, il cuore della tragedia. Solo questo sa emozionarmi… […]
Il vero male di Davide in realtà non è fisico ma spirituale. Non sono malate solo le sue gambe, ma anche il suo cuore, in cui è ben radicato un pessimismo a lungo meditato, che ha assunto i tratti di un narcisismo al negativo. Con questa lente deformata egli guarda il mondo, e lo attrae a poco a poco nella sua orbita, di sprezzante rancore e amaro sarcasmo. È lui che trova Trotti; entra nella sua vita, e lo attira come una falena impazzita nel suo buco nero di taglienti ombre.





