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Piramidi, follia e un mondiale da sognare: un fantaracconto

In questa edizione noi saremo davanti alla Tv a guardare gli altri giocare. Ma il Mondiale, essendo ogni 4 anni, va seguito. Non ci resta dunque che scegliere una squadra e tifarla. Sognando un ribaltone clamoroso...

No, non siamo cattivi. Sappiamo che ricordare ogni volta che l’Italia non sarà all’avvio del Mondiale fa male a tutti, ma è doveroso tenerlo a mente. La Coppa del Mondo Russia 2018 però ci sarà, e possiamo tranquillamente scegliere una squadra da tifare. Spagna e Brasile? Non si tifano mai le più forti. Francia e Germania? Chi lo fa non è veramente italiano. E allora chi? Ci vuole una nazione che non abbia tante chance ma che non sia nemmeno troppo scarsa, una squadra che qualora vincesse creerebbe in patria qualcosa di indicibile, di pazzesco. Ci vuole… l’Egitto! E allora perdiamoci “sotto il cielo di un’estate egiziana”.

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GIRONE POSSIBILE. Ci siamo qualificati in extremis. Il Congo ha pareggiato verso la fine della partita, ma al 93° l’arbitro ha fischiato un rigore a nostro favore. Prima ancora di calciarlo la gente è andata in visibilio e qualcuno ha anche invaso il campo, ma i tiri dal dischetto vanno realizzati. Così dagli 11 metri si è presentato il nostro giocatore simbolo, il più forte: Mohamed Salah. Il pallone è pesantissimo, come se ci fossero seduti sopra cento e rotti milioni di persone, un popolo intero che aspetta questa qualificazione da 27 anni. Momo prende la rincorsa, calcia e… portiere spiazzato, 2-1 e si va ai Mondiali! Folla in delirio e telecronista impazzito! Adesso, però, ci sono i sorteggi. Rischiamo un girone di ferro, e il nostro sogno potrebbe durare poco. L’urna però è benevola: siamo con i padroni di casa della Russia, l’Arabia Saudita e l’Uruguay. Ce la possiamo giocare con tutti. Li possiamo battere tutti. E allora via, calcio d’inizio! Il nostro Faraone Salah ha recuperato all’ultimo dall’infortunio alla spalla, ma va precauzionalmente in panchina. Così il nostro Ct, el hombre vertical Hector Cuper, schiera in attacco Kouka e Gamaa. Partiamo subito contro l’Uruguay, la partita più complicata della prima fase. I nostri avversari hanno maggiore qualità ed esperienza. E infatti sbattiamo. 3-1 senza appello per la Celeste, 3 punti Uruguay e 0 per noi. Ma adesso arrivano le partite alla nostra portata. Si va con la Russia. Loro hanno vinto la prima e con un ulteriore successo sarebbero qualificati. Ma noi non molliamo. Comincia così un match che non si può fallire. Salah è ancora in panca, ma partiamo forte e andiamo in vantaggio con Abdel Aziz. I padroni di casa però rispondono, spinti dal loro pubblico, e pareggiano dopo un lungo forcing al 70°. Poi, al minuto 85, il nostro Mondiale rischia già di finire: rigore per la Russia. Dubbio, contestato ma confermato dal Var. C’è da urlare al complotto, ma bisogna giocare. Lo segnano. Siamo sotto 2-1 e mancano pochissimi minuti alla fine. È il momento del nostro Faraone.

È FINITA SI DICE ALLA FINE. Momo entra in campo. Corre, imbeccato da un lancio di Morsy. Stoppa e punta Ignashevich, che però la mette in corner. Dalla bandierina parte il cross, Akinfeev esce male, si crea una mischia sanguinosa finché Tarek con lo stinco la butta dentro. 2-2: siamo ancora vivi, ma un pareggio non basta. Corre il minuto 89, si deve vincere. Ci fiondiamo in avanti e cominciamo a bombardare la difesa russa, arcigna come quella eretta a Stalingrado nel ’43. L’arbitro dà soli 3 minuti di recupero, lo stadio fischia colmo di paura. Fino a che Kouka, ricevuto un lancio, viene atterrato in area: calcio di rigore. Il pubblico è ammutolito. Neanche i nostri stavolta hanno il coraggio di esultare prima della battuta del penalty. Prende la palla sotto braccio Salah, arcuando quella spalla che rischiava di tenerlo fuori. Sfera sul dischetto. Ancora una volta c’è da spingere dentro un pallone sul quale sono seduti 27 anni di attesa e 100 milioni di anime il cui cuore batte freneticamente all’unisono. Il Faraone parte… rete! 3-2! Andiamo a 3 punti e ci giochiamo tutto contro l’Arabia Saudita, che sconfitta dagli uruguagi è già praticamente senza speranze. Bisogna però rimanere coi piedi per terra, perché il rischio più grande che corriamo è quello di sottovalutare un avversario più debole di noi, ma pur sempre da rispettare. E noi lo rispettiamo, rimandandolo col primo volo diretto a Riyad. 2-0, secco, con gol del nostro Faraone e di Kouka. Siamo agli ottavi, a braccetto con l’Uruguay. E adesso viene il bello.

OTTAVI DI FUOCO. Arrivati a questo punto un avversario vale l’altro. Ma poteva andare molto, molto meglio. Affronteremo la Spagna, fortissima e candidata al successo finale. Molti ci danno per spacciati, ma noi giochiamo in 100 milioni, e l’unione, si sa, fa la forza. Il nostro Ct, poi, conosce benissimo quel calcio, essendo diventato grande col Maiorca e col Valencia. Possiamo arginarli, possiamo metterli in difficoltà. Possiamo batterli. Calcio d’inizio a Mosca. Il Luzhniki, coloratissimo, si prepara a vedere le furie rosse strapazzarci, ma la gente non sa che il nostro tecnico ha un asso nella manica… Come detto, el hombre vertical ha fatto fortune in Spagna, ma è l’Italia che lo ha cambiato. E pazienza se a Roma quel pomeriggio di maggio le cose non sono andate come dovevano. Nella maniera più italiana possibile, dunque, ci schieriamo in 10 nel giro di 20 metri, corti e stretti, senza far passare nemmeno un filo di vento. Loro sono imbrigliati, non riescono a sviluppare la loro superiore tecnica, anche perché il clima ci ha dato una mano come ai russi in quel glorioso ’43. Non è entrato in gioco il generale inverno, ma il diluvio copioso che dall’inizio della partita inzuppa il campo di certo ci favorisce. Così, al 60°, sugli sviluppi di un corner per la Spagna, il nostro portiere veterano El Hadary esce coi pugni. La palla corre verso la metà campo spagnola, con Carvajal ultimo uomo che si appresta a rimettere la palla in area di rigore. Ma ecco che il clima russo ci fa il suo regalo. Il terzino del Real scivola sul terreno infido, e parte la corsa inarrestabile del nostro centometrista-goleador. Butta la palla avanti, che tanto sul terreno bagnato si ferma, e si fa sempre più vicino a De Gea. E arrivato di fronte al portiere del Manchester United, Salah, con un dolce tocco sotto, la mette dentro. 1-0, ma manca mezz’ora. Gli spagnoli si riversano in avanti mentre il terreno si fa sempre più zuppo. Riusciamo a resistere bene, rimpalliamo tutto oggi, non passano neanche le mosche. E poi, al minuto 87, ecco l’apoteosi: contropiede spinto da Warda che supera la metà campo. Al suo fianco sfreccia Salah, servito sulla sinistra. In mezzo c’è Kouka, pronto a raccogliere il suggerimento del compagno, che arriva puntuale. Sfortuna per il centravanti, però, c’è Sergio Ramos ad anticiparlo. Peccato che il suo intervento sia goffo e finisca per insaccare la propria rete. È 2-0, e l’odioso centrale spagnolo paga finalmente la sua cattiveria e arroganza. Il karma non è un concetto islamico, ma dimostra di esistere, come la nostra qualificazione ai quarti: andiamo a Sochi, dove ci aspetta l’Argentina.

L’APPETITO VIEN MANGIANDO. Sembra un sogno, eppure siamo qua. Ci giochiamo contro il giocatore più forte del pianeta, Leo Messi, un posto in semifinale. E ci crediamo, ci crediamo tantissimo perché l’Albiceleste sarà anche forte dal centrocampo in su, ma dietro fa acqua da tutte le parti, e Tagliafico non sembra proprio Beckenbauer. Ci schieriamo così in formazione tipo. Per mister Cuper è complicato giocare contro la sua amata patria, così come lo sarebbe per ogni argentino, ma il destino l’ha messo di fronte a un appuntamento con la storia che non si può mancare. Così, entrando in campo ci da un pugno forte sul petto, per caricarci, e a bordo campo sembra indemoniato. Soffriamo le loro folate, e Dybala più di una volta impegna El Hadary. Ma sappiamo che, resistendo, possiamo infilarli. Così accade: minuto 40, Aziz sradica il pallone dai piedi di Biglia e mette un filtrante sul lato per Salah. Il Faraone salta l’inguardabile Tagliafico, arriva sul fondo e crossa. Kouka liscia sul primo palo, ma il suo errore trae in inganno Rojo, che svirgola un pallone che diventa comodo per l’accorrente Warda. Sinistro al volo da pochi metri e palla in buca, 1-0. A questo punto la frenesia li colpisce e cominciano a sbilanciarsi. Noi però siamo stanchi e la tensione del momento è tanta. Al Cairo dicono che in questo momento, se corressi nudo a piazza Tahrir, nessuno si accorgerebbe di niente. Eppure tutti si accorgono del fischio dell’arbitro al 93° che dice basta. Siamo in semifinale! Il boato del Cairo viene avvertito distintamente in Thailandia, e si sono registrati danni nelle case più vecchie, ma siamo tra le prime 4. Un sogno.

SPRECHEN DEUTSCH? Adesso siamo veramente a un passo dal sogno. Ma il calcio è quello sport dove 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti e alla fine la Germania vince. E ci toccano proprio loro. Dannati tedeschi! Arrivano sempre fino in fondo, sono solidi, brutti, cattivi e inarrestabili. Ma noi arrivati a questo punto non temiamo più nulla se non noi stessi. Qualcuno se la sta facendo sotto nel tunnel del Luzhniki, prima di entrare sul terreno di gioco. Del resto tra di noi, se si esclude il nostro Faraone, i nostri giocatori con maggiore esperienza internazionale vengono da due club che sono retrocessi in Inghilterra. E la tensione, spesso, gioca brutti scherzi. La banda non ha finito di eseguire gli inni che subito Muller ci infila. Sono passati 3 minuti, e la corazzata teutonica è già avanti. E non accenna a rallentare. Non riusciamo a raccapezzarci, e al 12°, su calcio d’angolo, Hummels fa 2-0. È notte fonda per noi. Stavolta il sogno sembra proprio giunto al termine. Anche perché la Germania continua a palleggiarci come vuole, sprecando occasioni su occasioni. Noi ci fermiamo a un casuale tiro da 35 metri di Warda che sbatte sulla parte alta della traversa, ma non ci siamo. Neanche il nostro Faraone sembra riuscire a fare la differenza. Così la partita scivola innocua per i tedeschi, che nel finale si passano la palla all’indietro tra gli olè del pubblico. Ma in una sua azione classica con la sfera tra i piedi fuori dall’area di rigore, il portiere tedesco Neuer sbaglia il passaggio tagliato, regalando il pallone a Kouka che, praticamente a porta vuota, insacca. Non sembra vero, ma siamo di nuovo in partita. Mancano però 2 minuti. Ci proviamo, ci riversiamo in avanti, e all’ultimo minuto di recupero guadagniamo un corner. Va a battere Salah e in mezzo, nella disperazione, c’è anche il nostro portiere, il nostro capitano, El Hadary. Il vizio del gol ce l’ha, dato che in carriera ne ha già realizzati due. Probabilmente è la sua ultima partita in nazionale se non nell’intera carriera visto che a gennaio spegnerà 46 candeline. E allora sul cross di Salah si butta nella mischia. Hummels allontana di testa, ma la palla carambola sul corpo del nostro capitano, spegnendosi lemme lemme oltre la riga di porta. È 2-2, è un delirio indescrivibile. Andiamo ai supplementari. Siamo stanchi fisicamente, ma loro lo sono mentalmente dopo una rimonta così assurda, e la partita corre fino al 120° senza pericoli. Si va ai rigori. Segnano tutti, con una precisione chirurgica. Fino all’ultimo rigore. C’è Werner sul dischetto, di fronte a lui il nostro capitano. Se l’attaccante segna si va ad oltranza, sennò…non lo voglio neanche dire. Werner parte, calcia e la palla colpisce il palo. È finita! È incredibile ma è vero, siamo in finale! L’Egitto è in finale! Al Cairo c’è chi dice che Ramses si sia alzato dal sepolcro con la piramide in fiamme. Siamo a un passo dalla gloria.

TRA SOGNO E REALTÀ. Potremmo concludere la nostra fantastoria con il più bello dei finali, ma la fantascienza rischia di portare all’estremo le conseguenze di un evento che sarebbe bellissimo accadesse, ma che probabilmente non accadrà. Potremmo immaginare una finale vinta dall’Egitto con un autogol al 95° del giocatore più pagato della storia, quel Neymar che da solo guadagna più del Pil egiziano. Ma sarebbe troppo. La finale immaginatela voi lettori. Pensate al sogno che avevate da bambini e decidete voi chi solleverà la coppa più ambita del mondo. Immaginate voi cosa accadrebbe a piazza Tahrir e nel Paese intero, il primo africano ad aggiudicarsi un Mondiale. E sognate, sperando che tra 4 anni la storia più bella e assurda di tutte non saremo costretti a immaginarla, ma spinti a viverla. Con gli azzurri, di nuovo, sul tetto del mondo.

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