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Pesce piccolo mangia pesce piccolo: l’era della guerra tra poveri

Dignità, lavoro, terra. I soliti slogan, i soliti scontri fra politici. Il solito odio. I veri protagonisti? I poveri. Che si fanno la guerra in nome di un dio ideologico sempre pronto a tradirli

Centouno anni fa ebbe inizio una rivoluzione che, nelle intenzioni, doveva portare al potere i poveri, quelli che non avevano altro che la loro prole. Quella rivoluzione tradì i propri principi e si trasformò in un bagno di sangue e terrore lungo ottant’anni. E oggi sembriamo esserci quasi. Sì, con altri ideali e altre figure politiche (di spessore, tutte, molto minore rispetto a quelle di un secolo fa) ma con lo stesso obiettivo di sempre: divide et impera.

ODIATEVI. La politica è sempre stata dura. Denigrare l’avversario è un mantra che va necessariamente perseguito se si vuole ottenere la preferenza della maggioranza dei votanti. Oggi però siamo a un livello superiore, una masterclass che spinge sempre di più all’odio verso l’altro. Nella smania di ottenere consensi e potere si è perso di vista il fatto che al di là del lavoro, del debito pubblico, delle banche o dei poteri forti, è oggi in atto una subdola guerra fratricida tra poveri, alla quale nessuno vuole mettere realmente fine. Oggi, in sostanza, si sta perdendo l’umanità di un popolo. L’aridità e l’astio dei commenti ravvisabili sul web, camera amplificatrice di cattiveria, ignoranza e disagio, ci danno la misura del clima che si respira in Italia e non solo. Alcuni leader stanno prosperando alimentando l’odio e noi, invece che accorgercene e denunciare questa deriva della politica, ci lasciamo trasportare. Non proviamo più pietà, per nessuno, sia esso un bambino morto o una madre ferita. Ci interessa solo il nostro tornaconto. Non ci rendiamo conto che quelli che noi oggi chiamiamo migranti, invasori o nemici, altro non sono che poveri. Come noi. Quanti genitori hanno dovuto mandare i propri figli lontano per ottenere migliori possibilità? È vero, non ci sono andati con un barcone, ma che differenza c’è tra loro e quelli che vengono dall’Africa? Non è demagogia, non è buonismo. È un semplice dato di fatto. Ci stanno spingendo a farci la guerra. Tra poveri.

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FRATRICIDA. Non ce ne accorgiamo, ma è in corso una guerra civile tra gli ultimi. Accecati da voler togliere tutto a chi non ha niente, siano essi stranieri o italiani, perdiamo di vista il punto focale delle cose: sul nostro odio prosperano i potenti. Con un’arma in più: la disinformazione. Non è raro imbattersi in qualcuno che si lamenta del fatto che lui è costretto a pagare le tasse mentre i “neri”, come li chiama lui, arrivano qua in forze e ricevono lo smartphone e 34 euro al giorno dallo Stato. Ma queste notizie chi gliel’ha date? Ovviamente non sono vere. L’”informazione” passa da siti inattendibili, che tutti vogliono combattere ma che nessuno poi vuole realmente sconfiggere. Perché fanno comodo. Non provare più nessuna empatia ma solo altezzosità e odio. È davvero questo che siamo? Ruvide macchine plasmate dal leader di turno a pane e veleno? Non possiamo caricarci l’onere di venire incontro a quei fratelli poveri come noi ma in maniera diversa, è impensabile e non sarebbe giusto. Tuttavia non è nemmeno auspicabile che, per una presunta necessità di rivalsa nazionale, si possano perdere le minime caratteristiche che, prima che farci bianchi, neri o gialli, ci fanno umani. Ma come si può ritrovare l’umanità in questa terra fagocitata dall’odio?

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DIVENTIAMO UMANI. Solo un pazzo o un inguaribile ottimista potrebbe pensare che si possano risolvere in un qualche modo tutte le ingiustizie del mondo. John Lennon, quasi 50 anni fa, scrisse “Imagine”, una canzone così bella e piena di pace e amore che più che un singolo sembra una preghiera di speranza. Anche quel capolavoro è stato strumentalizzato, ma poco importa. Serve l’empatia. Martin Luther King diceva che “odio genera altro odio”. Per la stessa equazione, allora, amore dovrebbe generare altro amore. Perché non provare dunque a darne un po’ al prossimo? Senza preconcetti ideologici, senza differenze di razza, senza soprattutto la necessità di ostentare. Semplicemente aiutare chi è come noi, aiutare gli uomini. Bisognerebbe prendere spunto da quei volontari che senza pensare a nulla si sono fiondati nelle viscere della terra per recuperare una dozzina di ragazzini un po’ incoscienti e il loro sprovveduto allenatore: non si sono chiesti perché, non si sono chiesti cosa li abbia spinti né se nel loro Paese ci sia o meno la guerra, non hanno pensato di farli aiutare a casa loro dal loro governo. Semplicemente sono andati, e li hanno riportati in superficie uno per uno. Quella è umanità. Quello è essere uomini. Per far ciò non serve poi molto, basta agire senza pensare troppo, basta farsi commuovere ed emozionare. Ma c’è bisogno di una cosa: la propria testa. Informarsi, studiare (che non significa prendere lauree e diplomi) perché il vero generatore dell’odio è l’ignoranza. E se l’ignoranza vince rischiamo di sprofondare in quel baratro che 73 anni fa credevamo di aver evitato per sempre.

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