Cultura

David Byrne tra utopia e realtà

Il debutto a Milano del nuovo tour dell'ex Talking Heads. Uno spettacolo divertente, giocoso, surreale, geniale. «Cerco di mettere in rilievo quello che di positivo c'è nel mondo in questo momento di caos e crisi». Ma è costretto a chiudere lo show con la canzone di Janelle Monáe che elenca i nero-americani uccisi dalla polizia e dai vigilantes

«Com’è il paradiso per un pollo?». Riflette David Byrne con gli occhi curiosi e sfreccianti, prima di scuotere la testa all’indietro e scoppiare in una risata maniacale, mettendo in bella mostra una serie di denti bianchi perlacei. È la domanda che Byrne pone nel suo nuovo disco, “American Utopia”, nella canzone “Every Day is a Miracle”. “Pieno di galli e tanto grano / E Dio è un gallo molto vecchio / E le uova sono come Gesù, suo figlio”, canta l’ex Talking Heads. È una canzone caricata con altri proclami altrettanto incongrui, come “Il papa non significa merda di un cane / E gli elefanti non leggono i giornali”, ed esplora ciò che dovrebbe essere “uno scarafaggio nel cosmo del tuo cuore”, prima di chiarire ogni questione confusa dichiarando: “la mente è una patata bollita”.

IL CERVELLO DISSEZIONATO. «Ci sono un bel po’ di canzoni che hanno a che fare con l’immaginazione di come il mondo appare dal punto di vista di un’altra creatura», chiarisce Byrne. «Penso che l’implicazione sia cercare di guardare le cose dal punto di vista di altre persone, ma scelgo gli animali perché è più divertente. Crediamo di essere molto più intelligenti dei polli, e spero che lo siamo, ma…». Byrne si ferma e ricomincia a ridere. Non a caso inizia tutte le sere l'”American Utopia tour” seduto a un tavolo accarezzando un cervello. È l’unico tocco di colore su un palcoscenico grigio e nudo, circondato da scintillanti tendaggi di perline. La canzone è “Here”, tratta dal nuovo album, e i suoi testi descrivono le sezioni del cervelletto. Questo inedito, squisito, spettacolo dal vivo – che dopo il debutto di lunedì scorso al Teatro Arcimboldi di Milano, sarà il 19 al Pala De André di Ravenna, il 20 luglio all’Arena Santa Giuliana di Perugia e il 21 a Trieste in piazza Unità d’Italia – ha per protagonista una banda di dodici elementi in movimento quasi costante, con le percussioni in primo piano: in diversi momenti una mezza dozzina di musicisti suonano appesi a imbracature, quasi un incrocio tra una banda musicale universitaria americana e una processione carnevalesca brasiliana (le imbracature sono così discrete che lo strumento del tastierista sembra librarsi a mezz’aria). Tutti indossano una tuta grigia creata da Kenzo e sono scalzi. Ogni canzone si trasforma in una coreografia: Byrne fa i suoi balletti, quelli che conosciamo e amiamo dai tempi dei videoclip dei Talking Heads, ma moltiplicati per i dodici membri del gruppo. Ogni tanto è seguito da un faro, più spesso si mischia nel gruppo. «L’idea di questo tour è nata da una cosa che facevo durante gli show con St. Vincent, dove c’era una parte con i fiati liberi sul palco. Mi sono chiesto se si potesse applicare a tutta la band, mentre usiamo delle catene come sfondo per riflettere la luce», spiega. L’ex frontman dei Talking Heads è un uomo affascinante e sorprendente. I suoi capelli bianchi e brillanti si contendono con quelli del regista Jim Jarmusch l’Oscar come miglior pettinatura per un newyorkese della metà degli anni ’60. Indossa un completo grigio e una camicia bianca con gli occhiali bordati di nero infilati tra i bottoni, e sfoggia scarpe da golf bicolori. «Sono comode», spiega. «Suppongo che siano buone scarpe per gli uomini a cui piace stare in piedi tutto il giorno, questo è ciò che il golf è davvero, non è vero? Una intera giornata in piedi».

David Byrne con il cervello in mano

ANSIA E NERVI. Byrne sembra una pila elettrica, emana un senso di leggero disagio. I suoi occhi sono un costante avanti e indietro e su e giù, raramente per un contatto visivo per più di qualche secondo. Si muove sul sedile avanti e indietro, le gambe incrociate e poi non incrociate, le mani sul tavolo e poi sul suo grembo e sulla schiena o aggrappato al suo gelido bicchiere d’acqua. È allo stesso tempo loquace e flemmatico, sciolto e rigido, inciampa e scorre. C’è una corrente sotterranea di panico di tanto in tanto, come se fosse impegnato in un colloquio di lavoro (che evidentemente è), ma questo è spezzato da scoppi di risa per alleggerire ogni lieve imbarazzo. Byrne è idiosincratico, ma è una buona compagnia e molto divertente. Viene alla mente il titolo di un brano dei The Feelies (un gruppo senza dubbio influenzato da Talking Heads): “The Boy With the Perpetual Nervousness”. Ansia e nervi sono state le chiavi per la carriera di Byrne, però. I suoni nervosi del primo periodo dei Talking Heads sono una manifestazione di una autoproclamata stranezza. «Ero molto teso e nervoso, non riuscivo a rilassarmi», disse a Jools Holland nel 1994, quando gli fu chiesto del suo show. Holland – intervistatore disattento, privo di umorismo – non captò il riferimento al testo di “Psycho Killer”. Byrne continuò: «Sapevo che dovevo fare quel passo e essere quella persona nervosa dietro al microfono. Lo fai uscire nelle canzoni e così non devi uccidere nessuno nella vita reale». Oggi Byrne è lontano dall’Anthony Perkins del film di Alfred Hitchcock. Né è l’uomo di “American Bandstand” con Dick Clark nel 1979, quando si bloccò girando il microfono alla bassista Tina Weymouth e chiedendo: “È sempre così entusiasta?”. Domanda alla quale Tina replicò: «Immagino che sia organicamente timido». Weymouth aveva ragione, Byrne è timido, non ci sono dubbi. Un timido al quale, però, non manca l’entusiasmo. Tutt’altro.

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«BASTA PESSIMISMO». MA… Non solo tale entusiasmo è documentato attraverso la sua feconda carriera – che comprende otto album con i Talking Heads, numerosi dischi solisti e collaborativi, libri, film, colonne sonore, installazioni, mostre, un’etichetta discografica, uno spettacolo radiofonico, musical e altro – ma anche nei modi in cui parla del suo lavoro. Oltre a pubblicare un nuovo disco, Byrne ha girato il mondo con una conferenza dal titolo “Reasons to be Cheerful”: uno sguardo sparuto su parte del bene fatto e dei progressi compiuti in tutto il pianeta in un momento di crisi e di caos. «Pensavo che questi discorsi avrebbero dato al programma promozionale un po’ più di varietà e qualcos’altro di cui parlare oltre al mio disco», ride. «Sto guardando alla buona innovazione, alle energie rinnovabili, alla politica positiva sulle droghe … un sacco di cose diverse… Il titolo fa riferimento a una canzone di Ian Dury. Fu scritto durante l’era Thatcher, quindi c’era probabilmente un sentimento simile. Era un periodo in cui la gente scriveva un sacco di canzoni arrabbiate e usciva con “Reasons to be Cheerful”, che all’epoca sembrava un po’ perverso. Ma pensavo che fosse una buona cosa da fare».
Questo si lega al titolo non ironico del suo ultimo album, “American Utopia”. È il primo album da solista di Byrne in quattordici anni. “American Utopia” è un disco di domande, prima ancora che di risposte. A cominciare da quella più decisiva di tutte: “Cosa significa essere umani oggi?”. «Un paio di anni fa, ho iniziato a collezionare storie di cronaca che infondevano ottimismo come forma di autoterapia» spiega l’uomo di “Remain in light”, che in scena non tralascia omaggi all’epopea Talking Heads recuperando cose come “I Zimbra”, “Once in a lifetime”, “Burning down the house” e “This must be the place (naive melody)”. «I titoli dei giornali mi deprimevano: erano pieni di violenza. Così, per restare sano di mente, ho avvertito il bisogno di conservare un filo di speranza sul futuro. I presagi erano pessimi, ma quando mi sono imbattuto in storie che raccontavano un mondo molto migliore di quello rappresentato da tanti media, mi sono chiesto se non fosse il caso di condividere quel materiale con un pubblico nella speranza che potesse dargli lo stesso sollievo che aveva dato a me. E così è stato».

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FINALE A SORPRESA. Lo show, finemente e semplicemente coreografato, divertente e giocoso, euforico e impressionante, musicalmente vario e ambizioso, spettacolare e geniale pur privo di effetti speciali e megaschermi, ha un finale sorprendente. Potente e austero. Byrne e band cessano la coreografia e suonano “Hell You Talmbout” di Janelle Monáe, una canzone che elenca i nero-americani uccisi dalla polizia e dai vigilantes. Una correzione di rotta. La secca risposta a chiunque abbia pensato che la visione americana degli Stati Uniti da parte di Byrne possa essere diventata troppo positiva nell’era del “maiale” Trump.

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Giuseppe Attardi

Laureato in Lettere moderne. Giornalista professionista. Ha collaborato con Ciao2001, Musica Jazz, Ultimo Buscadero, Il Diario di Siracusa. È stato caposervizio agli spettacoli al quotidiano "La Sicilia". Nel 2018 ha curato il libro "Perché Sanremo è (anche) Sicilia". Ha assistito a tutte le prime dei tour mondiali degli U2.
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