Salute

Sindrome dell’ovaio policistico: la dieta per ridurre i sintomi e l’insulino-resistenza

Tanta verdura, pesce e carni magre, pochi carboidrati e zuccheri: un’alimentazione a basso indice glicemico e leggermente più ricca di proteine sembra avere effetti diretti sull’alterazione della funzione ovarica

Ormai non ci sono dubbi: l’alimentazione è un’arma di prevenzione straordinariamente potente e una cura efficace per tante patologie. Una dieta a basso indice glicemico aiuta a contrastare i sintomi della Sindrome dell’ovaio policistico, un disordine endocrino-metabolico che interessa dal 6 al 10% delle donne in età fertile. Tale condizione, definita dalla combinazione di disfunzione ovarica ed iperandrogenismo (eccessiva produzione di androgeni) comporta una serie di alterazioni sia a livello dell’apparato riproduttivo (mancata ovulazione, irregolarità mestruali, morfologia dell’ovaio di tipo policistico) sia in ambito metabolico. Infatti, oltre a compromettere la fertilità, questa condizione incrementa il rischio di sovrappeso e obesità e comporta significative alterazioni relative al metabolismo di grassi e zuccheri. Prima fra tutte l’insulino-resistenza, una condizione patologica in cui i tessuti dell’organismo perdono progressivamente la capacità di rispondere al segnale dell’ormone prodotto dal pancreas essenziale per trasportare nelle cellule per produrre energia.

Un piano alimentare personalizzato che preveda un corretto bilanciamento dei nutrienti può giovare alla salute di una donna affetta dalla sindrome dell’ovaio policistico. Alcuni studi suggeriscono che a parità di calorie, le diete a basso indice glicemico e leggermente più ricche di proteine sembrano avere effetti diretti sull’alterazione della funzione ovarica. In particolare, da uno studio sull’applicazione della dieta chetogenica (LCKD – Low carbohydrate ketogenic diet) per sei mesi su un campione di donne con diagnosi di Sindrome dell’ovaio policistico è risultato una riduzione significativa del peso corporeo (-12%), del testosterone libero (-30%) e dell’insulina basale (-53%) rendendola dunque particolarmente indicata per aumentare la sensibilità insulinica, contrastare l’insulino-resistenza e proteggere contro l’infiammazione sistemica.

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Tenere sotto controllo l’insulina, oltre a garantire una perdita del peso, ristabilisce un ciclo mestruale regolare, riduce la produzione di ormoni androgeni e previene le complicanze metaboliche a lungo termine quali diabete mellito, ipertensione e malattie cardiovascolari. Per contrastare l’insulino-resistenza in caso di ovaio policistico è possibile monitorare il carico glicemico del pasto, cioè il quantitativo totale di carboidrati e in particolare di quelli che provocano un rapido aumento della glicemia. Bisogna, dunque, non eccedere con il consumo di zuccheri semplici e carboidrati e associarli sempre a tanta fibra (per esempio mangiando un contorno di verdure dopo il piatto di pasta) e a una quota di proteine (carne, pesce, legumi) e grassi (come quelli dell’olio extravergine d’oliva), in modo che il pasto sia bilanciato.

Ciò significa eliminare non solo dolci, dolciumi, caramelle, cioccolatini, frutta secca o troppo zuccherina (banana, cachi, fichi), ma anche le farine troppo raffinate, le patate, e il riso bianco. Meglio preferire pasta e riso integrale, orzo, farro, miglio e legumi. Moderare l’assunzione di latticini, in quanto le proteine del siero del latte possono portare un considerevole stimolo insulinogenico, predilegendo il pesce e la carne.

Anche la dieta chetogenica, in alcuni casi, può essere una strategia alimentare vincente nella sindrome da ovaio policistico. Basata sull’assunzione di proteine e grassi, associata a una netta riduzione di carboidrati, spinge l’organismo a produrre chetoni da utilizzare come energia. Al pari di un trattamento farmacologico, la dieta chetogenica deve essere prescritta e seguita sotto controllo di un nutrizionista. Prima di iniziare un simile percorso è infatti necessaria una valutazione dello stato generale del paziente, che include lo stato nutrizionale, il metabolismo basale, le eventuali anomalie metaboliche, la funzionalità renale ed epatica. Solo dopo aver verificato tali condizioni è possibile attuare il percorso alimentare chetogenico che è comunque consigliato per un periodo limitato. Il lasso temporale del protocollo viene sempre deciso dal nutrizionista secondo le esigenze specifiche del paziente.

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Maria Teresa D'Agostino

Laureata presso l’Università degli Studi di Catania con il massimo dei voti e la lode è esperta in nutrizione clinica. Abilitata all’Esercizio della Professione dal 2012. Si è perfezionata presso L’Accademia Internazionale di Nutrizione clinica di Roma con il massimo dei voti. Socia SINU (Società di Nutrizione Umana) dal 2017. Tutor aziendale presso l'Università di Catania, Facoltà di Scienze e Tecnologie Alimentari.

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