Georgi Gospodinov “…e altre storie”

Ventuno racconti pungenti e dissacranti. Per l’autore bulgaro scrivere non è solo inventare storie, ma anche compiere un atto di resistenza contro il non senso del mondo moderno

Georgi Gospodinov, classe 1968, scrittore bulgaro, è conosciuto principalmente per la sua poesia. Grazie a un’edizione proposta dall’editore Voland, chi ama invece il racconto breve – che non gode fra il pubblico italiano di grande fortuna – può apprezzare anche le sue qualità di narratore. Nei 21 racconti di “…e altre storie” Gospodinov ci offre un esempio di scrittura ironica, dissacrante, tagliente e incisiva. Scrivere per Gospodinov è inventare altre storie, che si succedono in maniera continua, non sempre lineare, come tanti frammenti narrativi, ma anche compiere un atto di resistenza contro il non senso del mondo moderno.

Il suo laboratorio narrativo si nutre di ciò che è insolito, che recupera con ironia e leggerezza. Non c’è nulla che non può essere raccontato o che non abbia dignità narrativa: anche l’indicibile può, con la giusta misura della parola, diventare la trama di un racconto, come ad esempio l’anima di un maiale.

Gospodinov non ama abbandonarsi al gusto della pura narrazione: i suoi racconti sono frutto di pensiero, di una lunga meditazione, e spesso hanno un’ambientazione surreale e onirica, in cui particolari irrilevanti, abilmente orchestrati, mettono in luce non solo la psiche dei personaggi, ma anche il loro malessere e il vissuto esistenziale.

Vari sono i temi di questa raccolta. In particolare, affronta quello della cecità e della sordità, che ritroviamo in apertura del libro in “L’ottava notte”, dove il lettore è sorpreso da un incipit essenziale, vago, che mescola con un dettaglio folkloristico, come l’attitudine alla superstizione di un pastore, con l’idea della morte (p. 9), al quale poche righe dopo segue un’altra sequenza narrativa in cui apprendiamo che il protagonista della storia è un uomo che sta diventando sordo, e che il pastore di cui si parla forse è il nonno, e che probabilmente lui lega il problema della sordità alla propria storia personale. Questi dettagli, che sembrano distribuiti casualmente, senza una vera concatenazione logica, contribuiscono a creare un’atmosfera cupa, tragica, e fanno emergere poco a poco la psiche del personaggio principale, che in una situazione paradossale, umoristicamente assurda, cioè a una conferenza parla della cecità e della sordità, e sostiene che ognuno di noi passi la vita a procurarsi la disgrazia di cui poi soffrirà.

Lui fra la cecità e la sordità ha preferito la seconda, ma questa a sua volta ha acuito la sua vista, che è attenta a ogni gesto per restituirgli il suono, e che ha sostituito l’udito. La sordità lo ha riportato a uno stadio precedente le telecomunicazioni, alla conoscenza di un mondo non visibile e a ritrovare una relazione più autentica con la realtà. Perciò prima di diventare veramente sordo vuole cogliere ciò che veramente conta, quei suoni che fino a quel momento aveva ignorato come la “pioggia d’autunno sugli alberi di melo” o “il rumore di un cocomero stramaturo che si spacca”, ecc. La malattia lo fa ritornare uomo in un mondo disumano, che vede e sente senza vedere e sentire ed è perennemente soffocato da un eccesso di stimoli.

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Lo stesso tema lo ritroviamo in “Vajsa la cieca (una storia incompiuta)”. Qui si racconta la storia di una donna che con un occhio vede il passato e con un altro il futuro, ma mai il presente. È una storia incompiuta perché non può avere soluzione e finale, e come tale si presta a essere emblema paradossale del mondo in cui viviamo, che non riesce mai a vedere le cose così come sono. Gli uomini rivolgono lo sguardo o al passato o al futuro, ma non a ciò che hanno intorno: e vedono senza riuscire davvero a vedere. Lo stesso discorso vale per chi legge la storia di Vajsa: se la legge solo con l’occhio sinistro vedrà un foglio bianco, con il destro carta sbriciolata (p. 82):

[…] Se invece chiuderai l’occhio sinistro e leggerai il tutto con il destro, lo stesso non potrai vedere le lettere ormai cancellate e sparite, mentre il foglio si è già sbriciolato e ridotto in cenere bianca. Ancora una volta, povero te! Oppure leggerai con gli occhi di Vajsa la cieca, allora questa storia è tanto effimera quanto un pezzo di carta e questo mondo che va appassendo.

Con che occhi bisogna dunque leggere la storia e guardare la vita? È questo l’interrogativo che lo scrittore pone indirettamente non solo al suo lettore ma a tutti gli uomini. L’uomo moderno vive in un mondo che sta appassendo e se vuole che rinasca dovrà imparare a guardare le cose non con gli occhi di ‘Vajsa, ma in un modo diverso e rinnovato. Altrimenti anche la stessa scrittura non sarà altro che un pezzo di carta, diventerà effimera e inutile, e raccontare storie non avrà più senso.

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Francesco Capaldo

Poeta, drammaturgo, critico letterario. I suoi più recenti libri sono "La promessa del giorno" (Ladolfi, 2017) e il dramma "La signora Orlandi" (Ladolfi, 2017). Ha curato inoltre un commento ai "Canti" di Giacomo Leopardi per Demetra (Giunti, 2019). Fa parte della redazione della rivista Gradiva (Olschki Editore).
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