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La campagna elettorale di Trump intaccata da coronavirus, proteste per Floyd e Corte suprema

Il primo comizio a Tulsa è stato un flop che si somma a quattro anni di sconfitte ed errori che adesso pesano sulla sua rielezione alla Casa Bianca

L’evento, programmato da settimane, doveva segnare il ritorno in grande stile del presidente. Dopo mesi segnati dal coronavirus, dalle proteste per la morte di George Floyd e dalla sentenza della Corte suprema sui dreamers, il ritorno di Trump ai comizi era il modo per affrontare con più fiducia la campagna per la rielezione. In realtà, le cose non sono andate secondo le aspettative. Il Bok Center di Tulsa, che ha una capienza di 19 mila posti, è rimasto per almeno un terzo vuoto.

Nel giro di pochi mesi anche il futuro politico di Trump è andato down. L’ultimo sondaggio di Fox News dà Joe Biden in vantaggio su Trump di ben 12 punti alle prossime presidenziali. Il 55% degli americani disapprova l’operato del presidente. Le ragioni del malessere sono antiche. È almeno dalla riforma fiscale di fine 2017 che questa amministrazione non riesce a far passare un provvedimento di ampio respiro. Dopo di allora ci sono stati il crollo elettorale repubblicano alle elezioni di midterm 2018, mesi passati a combattere sul Russiagate, la richiesta di impeachment sull’Ucraina, poi il coronavirus e la pesante crisi economica che ha scatenato, ed infine gli scontri razziali più drammatici degli ultimi cinquant’anni.

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Era impossibile che questo seguito di eventi tragici, polemiche, proteste non intaccasse la popolarità del presidente. L’amministrazione Trump ha, inoltre, incassato due pesanti sconfitte negli ultimi giorni alla Corte Suprema su omosessuali e immigrazione. Trump ha dedicato grande attenzione alla composizione della Corte. Ha nominato due giudici saldamente conservatori – Neil Gorsuch e Brett Kavanaugh – oltre a una serie di giudici altrettanto conservatori per i tribunali federali.

Le grandi speranze si sono però infrante. Proprio il giudice Gorsuch, che lui ha nominato, ha scritto la sentenza che tutela i diritti della comunità Lgbtq. Un altro giudice conservatore, il presidente della Corte John Roberts, è stato il voto decisivo nella risoluzione che permetterà ai dreamers di restare sul suolo americano. Gli rimangono i tweet, quasi sempre rabbiosi, i richiami alla “legge e all’ordine”, gli appelli al mondo conservatore perché si schieri con lui a novembre.

È però la gestione delle proteste seguite all’omicidio di George Floyd il vero punto di non ritorno per le sue fortune politiche. La Casa Bianca ha sottostimato la vicenda. Ogni mossa di Trump è apparsa troppo debole o inutilmente provocatoria. Aver chiamato “feccia” i dimostranti. Aver invocato contro di loro esercito. Essersi nascosto nel bunker della Casa Bianca. Aver fatto sgomberare la strada da dimostranti pacifici per poi farsi fotografare con la Bibbia in mano.

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Negli ultimi giorni è arrivata la riforma della polizia, con cui Trump limita l’uso della stretta al collo e crea un database in cui registrare eventuali abusi degli agenti di polizia. Una misura richiesta da molti tra i suoi collaboratori e da ampi settori del partito repubblicano, che però arriva troppo tardi e che appare debole, incapace di dare vere risposte alle proteste.

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