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Iacuzzi un poeta al tempo del coronavirus: «Ho anticipato il senso di autoreclusione e emarginazione che tutti abbiamo provato»

Il dolore, la malattia, la morte sono vie che la poesia percorre, necessariamente. È quello che fa anche Paolo Fabrizio Iacuzzi nella sua nuova raccolta “Consegnati al silenzio. Ballata del bizzarro unico male”

“Consegnati al silenzio. Ballata del bizzarro unico male” è l’ultimo libro di Paolo Fabrizio Iacuzzi, editor di classici e grandi scrittori, presidente e direttore del Premio Internazionale Ceppo Pistoia, e soprattutto uno dei più importanti poeti italiani contemporanei. Lo abbiamo incontrato nella sua casa di Firenze.

Come si definisce Paolo Fabrizio Iacuzzi?
«Un uomo di servizio, nel senso che la mia vita è stata impostata in aiuto alle persone fin da quando ho fatto il servizio civile nella Caritas. Non sono un cattolico praticante, ma condivido la logica dell’essere a servizio degli altri. Come Don Milani I care, cioè mi prendo cura degli altri. Come presidente del Premio Ceppo promuovo la lettura (per me l’ottava opera di Misericordia corporale). Come editor aiuto gli autori a esprimere il meglio di loro stessi. Mi definisco uno scrittore in versi che cerca di fare un passo indietro rispetto all’essere protagonista assoluto della scena».

Paolo Fabrizio Iacuzzi


Perché ha deciso di dedicare a Giovanni Giudici la prima sezione del tuo libro?
«Giudici è stato uno dei primi a recensire la mia poesia. Per me è stato una scoperta, nel senso che mi sono nutrito di altri maestri (Bigongiari, Caproni ecc.). La sua poesia invece (penso alla sua La vita in versi) mi ha dato il senso dell’attraversamento della vita, del tentativo di sviscerare ed eviscerare sé stessi. C’è chi ha detto che la mia autobiopsia è figlia della sua autobiologia. Nella sua poesia poi pone al centro un impiegato, con tutti i suoi tic, con le sue idiosincrasie, e ha toccato i toni del dramma ma anche del comico. Per me questo è importante: mi è cara un’idea di poesia che non isoli né la tragedia né il comico, ma che si faccia un’epica del reale e dell’immaginario nelle sue opposizioni. In Consegnati al silenzio ci sono liriche comiche o umoristiche, e altre drammatiche».

In quanto tempo ha scritto il suo ultimo libro?
«Ogni mio libro ha una lunga gestazione. L’ho scritto in dieci anni: in ogni libro racconto una storia, che si precisa lentamente, strato su strato. E poi avviene una sorta di montaggio delle poesie scritte, che evidenzia il fatto che per essere compiuto un libro deve averne altre e quindi dalla meditazione sull’intreccio si aggiungono altre poesie».

Che ruolo ha la vita nella sua poesia?
«Chi non ha vissuto non può scrivere, anche se la poesia è altro dalla vita. Parlo infatti di vita a quadri o di vita al quadrato, cioè di vita che per essere vita ha bisogno di un’inquadratura, di una finzione che la definisca. La mia poesia ha delle tensioni biografiche, ma volte alla costruzione di personaggi, di situazioni di fantasia, di finzioni. La poesia produce delle finzioni a partire dalla vita e nonostante la vita. Per questo mi sento di dire che è la poesia che mi scrive e che non sono io che scrivo la poesia».

“Consegnati al silenzio” è un libro di poesie?
«No, non è un libro di poesie, ma un libro in versi e ha uno suo sviluppo, che può risultare romanzesco o fantascientifico. Chi ha detto che in poesia non ci possa essere la possibilità di esprimere un’ampia gamma di toni e di registri? Anche scrivendo poesie diverse fra loro».

Paolo Fabrizio Iacuzzi, Consegnati al silenzio. Ballata del bizzarro unico male, Bompiani, febbraio 2020, euro 16,00

Usa spesso la quartina. Cosa rappresenta per lei?
«La quartina, il sonetto o la terzina sono un osso da rosicchiare o da spolpare. Nel senso che mi sembra sempre di fare un passo indietro: dalla musica spiegata e suonata al solfeggio o inciampo della voce».

Ama più la classicità o le Avanguardie?
«Non credo alla contrapposizione fra avanguardia e classicità. Ho letto molto la poesia dell’Avanguardia e della Neoavanguardia. Amo un poeta come Antonio Porta, che ha attraversato il Gruppo ’63, dal quale poi si è distaccato. E anche certe poesie di Elio Pagliarani. E recentemente Le Variazioni belliche di Amelia Rosselli mi hanno interessato. Del resto anche Ungaretti che cosa sarebbe stato senza il Futurismo, pur non essendo affatto un poeta futurista!».

Quanto conta per lei il canto?
«Penso che la ricerca sul linguaggio sia molto importante. Lavoro molto sull’anafora, sulla ripetizione, sull’enjambement. Non penso che la poesia si avvicini alla prosa tout court e sono alla ricerca sempre di un ritmo, che è sempre diverso. E io lo inseguo. Non voglio rinunciare al canto, anche se è strozzato, mancato, sofferto».

Perché nella sua poesia l’io ha un ruolo marginale?
«Rispetto alla poesia attuale ho cara l’idea che la poesia è anche saga, o meglio sagra, familiare, di scambio e conflitto fra le generazioni. Ma anche di condivisione fra le generazioni. Sono stato sempre affascinato dalle vicende generazionali. Il segreto della nostra vita è in un noi o in un voi e non nell’io. L’io non è altro che la riduzione degli strati di plurali, di altri noi o di altri voi. La poesia può portare a compimento vite che non sono le nostre, che ci hanno intersecato e che ci hanno parlato. Vite più o meno esemplari, che ci hanno emozionato anche se talvolta ci sono quasi sconosciute».

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Perché ha scelto di usare un sottotitolo in “Consegnati al silenzio”?
«Ho sentito il bisogno di mettere un sottotitolo per esprimere la riflessione sul male nel nostro tempo. Consegnati al silenzio poteva essere un titolo ambiguo. È vero che la poesia si fonda sull’ambiguità. Volevo però che si capisse che il silenzio porta al ritmo e al canto. Ecco perché ho scritto Ballata del bizzarro unico male».

Perché unico male?
«Perché non si riflette su un male specifico (il mal di denti, il cancro, l’Hiv, ecc.), ma sullo stato di vulnerabilità del nostro essere. Dell’esposizione al contagio che avviene nel mondo e al quale non possiamo sottrarci».

Pensa che il male abbia una metafisica consistenza?
«La mia riflessione sul male passa attraverso il male corporale. Se non avessi vissuto delle malattie non sarei riuscito a scrive sul male, su cosa significa essere malati, su cosa significa avere un male incurabile o uno curabile. Essere poeta, essere omossessuale, essere malato sono tre condizioni di emarginazione. Né i poeti, né i malati, né i gay sono al centro della nostra società. Inutile dire poi che la condizione della diversità non è certamente nella nostra società qualcosa che possa esprimere dei diritti: ad esempio, manca il diritto all’adozione, per i gay. Penso che siano tutte e tre delle vite a metà. Come quando dico “Iac” nel mio libro. Questo “Iac” è come lo zac della cerniera. Un cognome mozzato. Spesso ricorro alla frantumazione del mio cognome o all’attribuzione al mio cognome di aspetti mitici o epici o anche di degrado ed emarginazione».

Il suo libro anticipa la riflessione sul virus?
«Il libro è stato scritto prima del Covid 19 e dell’emergenza sanitaria. In qualche modo però ha anticipato la sensazione di autoreclusione e di emarginazione che tutti abbiamo poi provato. Ogni malato è emarginato dagli altri. Ci sono anche poeti che l’hanno espresso: Amelia Rosselli in “Variazioni belliche”, Margherita Guidacci in “Neurosuite”».

Cosa pensa dell’emergenza Covid?
«Il Covid è un virus mutante, una variante della SARS. Noi però siamo in emergenza virus dagli anni Ottanta, da quando c’è l’emergenza dell’AIDS, che è in parte rientrata, per cui adesso ci sono delle cure per l’HIV ma anni fa si moriva. La riflessione sulle pandemie della storia è stato il sentimento che ha generato questo libro. Ho una particolare sensibilità per questo aspetto. L’idea che il male non ci riguardi è una forma di mancata responsabilità di chi è sano per chi è malato. Ma appunto credo che il Covid 19 abbia accresciuto questa sensibilità: ci sentiamo tutti in pericolo di vita. Anche quando ci sarà un vaccino, non potremo essere del tutto al sicuro. I virus come il Covid 19 sono soltanto la punta di iceberg, per cui sotto c’è una crisi del pianeta senza precedenti – ambientale, alimentare, migratoria – di cui solo ora che emerge come crisi sanitaria pensiamo che ci riguardi davvero nel profondo».

Può la poesia dire qualcosa sulla malattia?
«Non facciamo altro che rimuovere l’idea della morte dalla nostra società e tutto ciò che è portatore di morte: i migranti, i malati, i disabili, le persone con disagio psichico. La poesia invece, lo diceva Sèamus Heaney molto bene alla fine del suo discorso del premio Nobel, ha il potere di fare emergere quegli aspetti della nostra coscienza che sono minori per gli altri e per noi stessi, ma che contano molto e quindi dà voce a queste voci, e quindi nel dare voce a queste voci è come se noi fossimo ogni volta nella schiera di chi non ha voce, degli ultimi, dei vinti, degli umili, che appunto è una missione civile, anche se di una civiltà diversa. Non è la poesia che parla di parole d’ordine. Mi sento dalla parte di chi ha meno diritti e meno voce a questo mondo».

Cosa intende per “Carteggio prigionia” e “Tavola infetta della mia vita”?
«Mio padre prigioniero dopo l’8 settembre 1943, in Germania, scriveva delle lettere alla sorella. Queste lettere sono venute fuori dopo la sua scomparsa nel 2015 in una busta con la scritta Carteggio prigionia. Ho provato a leggerne alcune, ma c’erano degli eventi biografici che riguardavano lui e la sua famiglia e ho chiuso il carteggio e non l’ho letto. Forse adesso che ho attraversato anch’io una mia prigionia (anch’io ho passato insieme a mia madre, a Pistoia, tre mesi in casa quasi recluso) sono pronto ad aprirlo, e a farmi ustionare dalla vita che mio padre non mi ha mai raccontato fino in fondo, perché chi torna dalla guerra ha sempre un certo pudore se non addirittura vergogna di avercela fatta rispetto a chi non è tornato, come scriveva Primo Levi».

Qual è il modo giusto per leggere “Consegnati al silenzio”?
«Non c’è un modo giusto o un modo sbagliato. Quando uno scrive un libro lo consegna al proprio lettore ed è lui che ti dice qual è il modo giusto di leggerlo. Il lettore può essere un critico o una persona comune che interpreta. La poesia è fatta per essere ascoltata, e per questo che a breve uscirà un audiolibro dove è un attore a leggerlo per intero. Ascoltare la mia scrittura mentre viene interpretata dalla voce di un altro è un’esperienza esaltante».

Cosa si sente di consigliare a chi oggi comincia a scrivere?
«Gli consiglio di pubblicare tardi, di non avere fretta, di vivere e leggere molto, non solo di poesia, ma qualsiasi cosa, e soprattutto di non legare la propria identità al fatto di voler essere il poeta o un poeta. Il mestiere del poeta, o come preferisco dire dello scrittore in versi, è un mestiere difficile, che richiede molta meditazione. Io, per esempio, ci ho messo molti anni a trovare la mia voce e l’ho trovata perché ho avuto dei grandi maestri. Bisogna inoltre evitare di seguire i poeti che vogliono che un altro gli rifaccia il verso, e seguire quelli che invece che aiutano gli altri a tirare fuori la propria voce, malgrado sia diversa dalla loro. Una volta trovata bisogna però seguire la propria voce in qualunque direzione questa ci porti».

Qual è il compito della poesia?
«La poesia deve interpretare in maniera profonda quello che abbiamo vissuto. La poesia deve essere un’etica che nasce anche dall’attrito con il proprio tempo. Nella sua autonomia la poesia deve essere un corpo a corpo con la propria meditazione nel mondo e lontano dal mondo, nella contraddizione insanabile di questo paradosso».

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Francesco Capaldo

Poeta, drammaturgo, critico letterario. I suoi più recenti libri sono "La promessa del giorno" (Ladolfi, 2017) e il dramma "La signora Orlandi" (Ladolfi, 2017). Ha curato inoltre un commento ai "Canti" di Giacomo Leopardi per Demetra (Giunti, 2019). Fa parte della redazione della rivista Gradiva (Olschki Editore).
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