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Da Johnson a Trump: il contagio dei governanti “scettici”

Hanno sminuito i rischi della pandemia dimostrando scetticismo verso le misure di prevenzione. Il presidente americano, in particolare, ha mostrato una avversione all'uso della mascherina

Da negazionisti a positivi. Prima il premier britannico Boris Johnson, poi il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, l’autarca bielorusso Alexandr Lukashenko e ora Donald Trump: tutti hanno, in tempi diversi, ridimensionato i rischi della pandemia sbeffeggiando le misure di prevenzione e l’uso della mascherina. Non l’ha quasi mai indossata in pubblico, alla convention repubblicana Trump si è mostrato senza prestandosi a un bagno di folla insieme al vicepresidente Pence e durante il primo dibattito presidenziale l’ha estratta dal taschino prendendo in giro il rivale Joe Biden perché «ogni volta che lo vedi indossa una mascherina. Anche se parla a distanza usa le mascherine più grandi che abbia mai visto». Un approccio che lo avvicina alle dichiarazioni degli altri due negazionisti più celebri della pandemia, il premier britannico Boris Johnson e il presidente brasiliano Jair Bolsonaro.

Il 27 marzo scorso il premier britannico annuncia con un tweet di essere positivo al test del coronavirus. «Nelle ultime 24 ore ho sviluppato lievi sintomi», scrive il 56enne Johnson, confermando di essere «in autoisolamento» e di continuare «a guidare il governo in video conferenza». Poi è costretto a tre giorni di terapia intensiva. Uscito dal St Thomas Hospital di Londra Johnson cambia atteggiamento. Dall’immunità di gregge che aveva valutato inizialmente, a drastiche misure preventive, fino alle ultime di questi giorni. Dopo la regola del sei, valuta nuove chiusure: «Se non rispetterete le regole, ci saranno multe e il governo considererà un secondo lockdown».

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Il 7 luglio il virus colpisce il 65enne presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, che aveva parlato nelle settimane precedenti di una «febbriciattola» e partecipato a incontri pubblici senza mascherina. Dopo la quarantena, Bolsonaro dice di aver preso l’idrossiclorochina e afferma di avere «la muffa nei polmoni dopo 20 giorni a casa». Neanche la malattia lo ha cambiato: resta provocatorio e polemico nei confronti del virus. Torna a tuffarsi tra la folla e a ricominciare la sua eterna campagna elettorale. Ignora i consigli dei medici e si lancia in un tour di 2.500 chilometri nel centro del Brasile, percorrendo i comuni di Piauí e Bahia. Il Brasile è il secondo Paese al mondo con più vittime da coronavirus (quasi 145mila) e il terzo con più contagi (quasi 5 milioni) dopo India e Stati Uniti.

Nella rosa degli scettici del coronavirus rientra anche l’autarca bielorusso Alexandr Lukashenko, che sempre a luglio – durante la visita a un reparto militare del ministero dell’Interno – ha annunciato con queste parole di essere stato contagiato: «La cosa più sorprendente è che oggi incontrate una persona che ha superato il Coronavirus restando in piedi. Ieri i medici sono arrivati a questa conclusione. Senza sintomi». In precedenza, Lukashenko aveva definito quella del Coronavirus una «psicosi»: «Il panico può colpire più forte del virus stesso», aveva detto.

Il 2 ottobre è il presidente americano Donald Trump ad annunciare di essere positivo al coronavirus: «Questa notte io e Melania siamo risultati positivi al Covid-19. Cominceremo il nostro processo di quarantena e cure immediatamente. Supereremo tutto questo insieme». Contraddetto più volte anche dal capo della task force anti-Covid alla Casa Bianca Anthony Fauci e dalle autorità sanitarie sull’uso delle mascherine e sulle riaperture troppo precoci, Trump già a fine febbraio da un comizio in North Carolina aveva parlato del coronavirus come della “truffa” usata dai democratici, che stanno politicizzando il Covid. «È un’influenza, scomparirà, un giorno come per miracolo, scomparirà», diceva il 27 febbraio, mentre in Europa e in Italia si registravano centinaia di nuovi contagi al giorno dell’epidemia che aveva già paralizzato la Cina. «Lo scorso anno 37mila americani sono morti per la normale influenza, niente è stato chiuso, la vita e l’economia va avanti», ribadiva il 9 marzo.

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Anche dopo aver dichiarato, il 13 marzo scorso, l’emergenza federale per il coronavirus, Trump ha continuato a esprimere scetticismo sulla gravità dell’epidemia – che all’inizio ha colpito principalmente New York ed altri stati a guida democratica – e sulle misure precauzionali da adottare. In particolare è diventata famosa la sua avversione alla mascherina. Aveva iniziato a parlarne il 1 aprile: «Se la gente vuole usarla certamente non nuoce», ma consigliava di usare per un certo periodo «una sciarpa o qualcos’altro» sottolineando che la priorità era di inviarle agli ospedali. Pur non portandola mai in pubblico all’epoca, il suo capo della campagna elettorale, poi licenziato, Brad Parscale aveva già provveduto a lanciare quelle con logo elettorale, di cui il presidente era entusiasta. «Ho raccomandato l’uso, ma non voglio metterla, sto bene, penso che seduto non starei bene indossandola nello Studio Ovale», diceva il 4 aprile sottolineando che non «si vedeva a salutare leader mondiali, primi ministri, re, regine e dittatori con il volto coperto». L’11 maggio, poi, le nuove regole per tutti i membri dello staff presidenziale sull’obbligo introdotto alla Casa Bianca esoneravano Trump e il vice Pence.

Nello stesso mese aveva anche deriso un giornalista alla Casa Bianca perché non voleva togliersela e il primo luglio in un’intervista a Fox aveva continuato a mostrarsi scettico sull’uso del dispositivo. Il 18 luglio aveva insistito sul no all’obbligo, affermando di non essere d’accordo con le indicazioni date dai vertici delle autorità sanitarie e dagli esperti come il virologo Anthony Fauci. Poi, la svolta: il 20 luglio aveva definito “patriottico” il gesto di indossarla e chiesto agli americani di metterla in caso non riuscissero a mantenere il distanziamento perché la situazione sarebbe “peggiorata”. Dichiarazioni a cui non sono stati seguiti i fatti, visto che il presidente in pubblico si è quasi sempre presentato senza protezione. Ansioso di tornare a fare comizi negli Stati Uniti, a Tulsa, Oklahoma, lo scorso 21 giugno erano pochi i suoi sostenitori che indossavano la mascherina e rispettavano il distanziamento: due settimane dopo nella città c’è stato il picco dei contagi. Stesso approccio anche il 9 settembre in North Carolina.

Il 17 settembre aveva poi smentito anche Robert Redfield, direttore dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), dicendo che «il vaccino è molto più efficace delle mascherine». Un vaccino che peraltro non esiste ancora ma sul quale il presidente ha puntato la sua campagna elettorale. Vediamo se una volta uscito dal Walter Reed Medical Center di Bethesda cambierà idea sull’uso della mascherina e sui rischi della pandemia.

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