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L’eredità di Matteo Messina Denaro

Con il decesso dell'ultimo dei Corleonesi si chiude definitivamente un'era all'interno di Cosa nostra, di cui non è mai stato il capo. Ma per gli inquirenti la sua sola esistenza in vita è servita a garantire, anche solo simbolicamente, una gerarchia e un ordine, mettendo pure un freno a scalate al potere e vendette. Cosa succederà adesso?

Redazione di Redazione
Settembre 26, 2023
in Italia
Tempo di lettura: 3 mins read
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L’eredità di Matteo Messina Denaro

Con la morte di Matteo Messina Denaro esce di scena uno dei boss mafiosi più feroci e potenti di tutti i tempi. E adesso? Si apre una fase di “successione” o nuovi equilibri erano stati trovati già dopo il suo arresto, a gennaio? Dopo la morte del boss, che porta con sé segreti su omicidi e stragi che hanno scosso l’Italia negli ultimi decenni, di fatto diventa più pressante la domanda: chi comanda?

«Con la morte di Matteo Messina Denaro finisce una vita piena di violenza, trame, misteri. Finisce anche un’era di Cosa nostra, ma non Cosa nostra. Cosa nostra non è finita con la morte di Riina, né con quella di Provenzano, e non finisce oggi. Cosa nostra cambia, evolve, si trasforma, ma resta il principale ostacolo per una Sicilia e per una Italia libera dal giogo della violenza, del ricatto, della povertà», commenta Pietro Grasso, già procuratore nazionale antimafia.

Messina Denaro non era a capo di Cosa nostra e, come venne fuori in maniera evidente nel 2018, subito dopo la morte di Riina al 41 bis, quando a Palermo si tentò di ricostituirla, nessuno pensò di dover consultare il capomafia trapanese. Anzi, sempre come acclarato con l’inchiesta “Cupola 2.0”, i palermitani cercarono semplicemente di riportare il baricentro in città e non più in provincia, dov’era stato per un quarto di secolo. In questo contesto, però, la sola esistenza in vita di Messina Denaro, anche se da latitante per tre decenni, secondo gli inquirenti, sarebbe stata comunque un “freno” alle ambizioni di qualcuno, il suo fantasma sarebbe servito a garantire, anche solo simbolicamente, una gerarchia e una specie di ordine all’interno dell’organizzazione.

«Proprio la cattura di Matteo Messina Denaro dimostra – si legge nella relazione della Dia – che cosa nostra esiste ancora e, superata la frattura fra corleonesi e perdenti, prosegue nei suoi traffici attraverso la strategia della sommersione che ha consentito al latitante più ricercato dell’organizzazione di farsi curare in una clinica di Palermo per un lungo periodo, come negli anni Ottanta, allorché le reti di protezione e l’omertà, ben miscelate, consentivano ad altri mafiosi latitanti di girare indisturbati per le vie della città. La mafia può contare su articolazioni in quasi tutto il territorio dell’Isola con consolidate proiezioni in altre regioni italiane e anche oltreoceano tramite i rapporti intrattenuti con esponenti di famiglie radicate da tempo all’estero».

Se questo era vero dopo la cattura, ancor di più lo è adesso che Messina Denaro è morto. Cosa nostra non è rimasta ferma a gennaio e non lo farà adesso. «Tende a ricostruire i suoi vertici. Adesso dovrà sostituire Matteo Messina Denaro come punto di riferimento per i grandi affari. C’è già chi è pronto a prendere il suo posto», diceva sempre De Lucia a gennaio dopo la cattura di Messina Denaro.

L’erede o gli eredi ci sono già? Tra volti storici della mafia siciliana e nuovi rampolli, i nomi “in lizza” per il comando non sembrano mancare. C’è Giovanni Motisi. Boss palermitano 64enne del mandamento di Pagliarelli, “u pacchiuni” (“grassone”), com’è conosciuto nell’organizzazione, sarebbe stato a lungo uno dei killer di fiducia di Totò Riina, secondo gli inquirenti. Ricercato dagli anni Novanta per diversi omicidi, dal 2001 e dal 2002 si sono aggiunte le accuse di associazione mafiosa e strage. Ha un lungo curriculum criminale, con l’ergastolo da scontare e una latitanza che va avanti dal 1998. C’è anche Settimo Mineo, 85 anni, il boss siciliano più anziano. Di professione fa il gioielliere, è stato più volte arrestato, l’ultima nel 2018, con l’accusa di essere il nuovo caso mandamento di Pagliarelli a Palermo, ed è attualmente in carcere. Altro nome “di peso” è quello di Stefano Fidanzati. Oggi settantenne, membro della famiglia di narcotrafficanti dei Fidanzati dell’Arenella (quartiere di Palermo, ndr), ha costruito la propria ricchezza e posizione tra Palermo e Milano. Poi ci sono i “giovani” promettenti come il latitante Giuseppe Auteri, 49 anni, conosciuto come “Vassoio”. Tutti loro potrebbero giocare un ruolo non secondario nel “dopo Messina Denaro”.

Tags: Cosa nostraMafiaMatteo Messina Denaro
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