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Quarant’anni dal sequestro Moro: i misteri e l’eredità di una tragedia tutta italiana

Ricorre quest'anno il quarantennale dell’attentato consumatosi in via Fani che portò al sequestro ed alla successiva uccisione dell’allora presidente della Dc

«Senta, lei ha partecipato e condiviso il piano del rapimento Moro. Quel giorno a via Fani, come tutti sanno, sono morti tutti gli agenti della scorta di Moro. L’annientamento della scorta era previsto nel piano e condiviso da tutti?» è a bruciapelo la domanda rivolta ad Adriana Faranda, brigatista e membro del commando che ha rapito il politico democristiano, nella puntata del programma “Belve” andato in onda su “Nove” mercoledì scorso. La risposta balbettante ed incerta con cui la Faranda replica alla giornalista Francesca Fagnani rivela forse l’assenza di una piena consapevolezza della macabra pagina di storia nazionale scritta nel marzo di quarant’anni fa. Il male che si presenta nella sua “banalità” intesa come mancanza della capacità di immaginare cosa si stesse facendo. Questo omicidio, calato in un contesto di estrema tensione politica, continua a lasciarci parecchi interrogativi prestando il fianco a dietrologie e teorie complottiste e potrebbe forse essere collegato al quadro politico che ci troviamo a vivere in questi anni.

UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA. Il marzo del 1978 sembrava potesse rappresentare lo scenario di uno storico quanto forzato compromesso tra Dc e Pci per la nascita di un nuovo governo Andreotti. Regista dell’operazione, il presidente della Dc, Aldo Moro. Una mattina come un’altra quella in cui si è consumato il sequestro del politico pugliese, iniziata come di consueto nella primissima mattinata a bordo di una Fiat 130 in compagnia dei quotidiani come il Corriere e La Repubblica e del fidato Oreste Leonardi, maresciallo dei carabinieri e collaboratore di Moro. Insieme a loro il resto della scorta formata dall’appuntato Domenico Ricci, la guardia Giulio Rivera, il vice-brigadiere Francesco Zizzi e la guardia Raffaele Iozzino. Moriranno tutti sotto i colpi del commando delle Brigate rosse che bloccò Moro e la sua scorta all’altezza di via Fani crivellando i militari nel giro di pochissimi istanti e sequestrando il presidente della Dc intorno alle 9. Le reazioni a quest’evento di grande clamore mediatico furono subito confuse e poco chiare tanto che i primi posti di blocco furono approntati quasi un’ora dopo l’accaduto. Un fatto singolare è rappresentato dallo sciopero dei giornalisti dell’Ansa convocato proprio per quella data e frettolosamente ritirato per permettere agli italiani di seguire l’evolversi della crisi democratica che scaturì dal sequestro Moro. Fu un giovane Bruno Vespa ad aprire l’edizione straordinaria del Tg1 con cui si comunicavano le prime notizie sul rapimento. Anche le reazioni politiche a caldo furono molto caotiche tra chi parlò di “stato di guerra” come Ugo La Malfa e chi invocò il “ripristino della pena di morte” come Giorgio Almirante. Chi mantenne un atteggiamento responsabile nonostante una parte della sua base non mostrasse molta pietà per la sorte di Moro fu inaspettatamente il Pci che a detta di molti analisti politici rappresentò un argine efficace contro il terrorismo politico. Il gruppo di fuoco delle brigate rosse che attaccò la scorta di Moro era formato da Prospero Gallinari, Raffaele Fiore, Valerio Morucci e Franco Bonisoli. Il resto della cosiddetta “colonna romana” delle brigate rosse che pianificò nel dettaglio il rapimento e la fuga fu invece impegnata nelle azioni di contorno, dal bloccaggio del convoglio alla preparazione del tragitto da percorrere una volta consumato l’agguato. Un piano pensato nei minimi dettagli ed eseguito con ferocia, efficacia e velocità tanto da riuscire a compiere il cambio di auto progettato prima che scoppiasse l’allarme generale con il connesso rischio di venire scoperti. Dalle ricostruzioni dei brigatisti, il convoglio in fuga avrebbe addirittura incrociato una volante dei carabinieri che stava accorrendo sulla scena del massacro senza che gli occupanti si accorgessero di nulla. Moro rimase prigioniero per 55 giorni in un appartamento in via Camillo Montalcini 8, nella capitale. Un periodo infinito in cui le brigate rosse cercarono di avviare una trattativa alla pari con lo Stato italiano per il rilascio di alcuni membri della setta detenuti nelle carceri della Repubblica. Trattativa naufragata contro l’intransigenza dei partiti che portò alla macabra esecuzione di Moro il cui corpo venne fatto ritrovare nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani.

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9 maggio 1978 La Renault 4 con lo sportello posteriore aperto e quello posteriore ancora intatto. ANSA
9 maggio 1978 La Renault 4 con lo sportello posteriore aperto e quello posteriore ancora intatto. ANSA

I DUBBI SULLE DINAMICHE. Sul delitto Moro sono stati sollevati alcuni dubbi e punti oscuri mai chiariti, anche se la posizione ufficiale degli inquirenti rimane quella secondo cui gli aspetti principali delle dinamiche che hanno caratterizzato il delitto del politico di Maglie non presentino alcun dettaglio fondamentalmente inspiegabile. Tralasciando gli appunti sollevati sull’impreparazione della scorta, il tragitto seguito dai brigatisti durante la fuga e la misteriosa valigetta contenente documenti riservati e della massima importanza mai ritrovata con il suo prezioso carico, le suggestioni più grandi riguardano eventuali interferenze esterne sull’agguato. Si va dall’ipotesi di coinvolgimento della loggia P2, a cui gran parte dei vertici delle forze armate di allora erano iscritti, al coinvolgimento di potenze estere come URSS e Stati Uniti, indispettiti dalla politica di avvicinamento tra Pci e Dc perseguita dallo stesso Moro. In particolare gli americani vedevano come il fumo negli occhi un governo potenzialmente di sinistra con il rischio di venire espulsi dalle basi militari detenute nel nostro Paese e strategiche sullo scacchiere europeo. È fondamentale ricordare le tesi che vorrebbero un coinvolgimento della criminalità organizzata, dalla camorra di Raffaele Cutolo a Cosa Nostra di Stefano Bontate, passando per la ‘ndrangheta, nella risoluzione positiva del rapimento Moro. Secondo queste tesi alcuni elementi delle istituzioni chiesero ai rappresentanti della criminalità organizzata di trovare il nascondiglio delle Brigate rosse ma furono fermati da altre personalità istituzionali interne alla Dc che non volevano che Moro fosse liberato per nessun motivo. Da registrare anche l’alone di mistero che aleggia intorno ad alcune figure che hanno gravitato per anni attorno al caso Moro come quella del giornalista Mino Pecorelli che sul suo quotidiano, “L’Osservatore Politico”, alluse a pesanti responsabilità di Giulio Andreotti nei confronti dell’uccisione del compagno di partito. Lo stesso Pecorelli fu infatti eliminato a colpi di pistola nel marzo del 1979. Molti anni dopo Tommaso Buscetta rivelò che, a suo dire, l’uccisione venne compiuta da Cosa Nostra su richiesta dello stesso Andreotti preoccupato delle informazioni che Pecorelli avrebbe potuto aver acquisito proprio sui retroscena dell’affare Moro.

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Giulio Andreaotti con Aldo Moro
Giulio Andreaotti con Aldo Moro

UNA STAGIONE IRRIPETIBILE. Qualche commentatore ha voluto tracciare, nelle ultime settimane, dei parallelismi tra il quadro politico attuale e la stagione delle stragi i cosiddetti “anni di piombo”. Oggi come quarant’anni fa il quadro politico si presenta balcanizzato e la nascita di un nuovo governo sembrerebbe essere appesa alla disponibilità delle forze politiche di trovare compromessi simili a quelli che stavano per unire Pci e Dc. Tuttavia, nonostante i toni esasperati e la violenza verbale di una campagna elettorale in cui la volgarità è stata sdoganata diventando strumento di ricerca del consenso, è difficile pensare che si possano tornare a sentire gli echi di spari per le strade. Appare infatti evidente come la rabbia e la frustrazione contro “il sistema” si sia riversata in quell’enorme contenitore che è la rete passando dai click dei grilletti a quelli dei mouse. Una tendenza a cui nemmeno gli ex brigatisti, protagonisti di quella stagione, sembrano essere immuni, proprio loro che abbracciarono un’ideologia ortodossa che intendeva abbattere le logiche del profitto si sono serviti di uno strumento massificatore come Facebook che ha generato utili per miliardi di euro. Infatti, lo scorso gennaio, è comparso sul profilo della “Primula Rossa”, Barbara Balzerani, brigatista storica, un post che recitava: «Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale?». Le ha risposto a mezzo stampa l’ex collega Raimondo Etro, custode delle armi utilizzate per l’attentato in Via Fani, il quale ha scritto: «Dopo avere letto il suo commento su Facebook nel quale – goliardicamente dice lei – chiede di essere ospitata oltre confine per i fasti del quarantennale, avendo anch’io fatto parte di quella setta denominata Brigate rosse, provo vergogna verso me stesso e profonda pena verso di lei, talmente piena di sé da non rendersi neanche conto di quello che dice». Il brigatista ha poi concluso in maniera lapidaria con un giudizio complessivo su quel periodo: «Le Brigate rosse hanno rappresentato l’ultimo fenomeno di un’eresia politico-religiosa che nel tentativo maldestro di portare il Paradiso dei cristiani sulla terra ha creato l’Inferno. Inoltre, lei dimentica che chi le permette di parlare liberamente è proprio quello Stato che noi volevamo distruggere, così pregni di quella stessa schizofrenia che al giorno d’oggi affligge i musulmani che da una parte invidiano il nostro sistema sociale, dall’altra vorrebbero distruggerlo. Il silenzio sarebbe preferibile all’ostentazione di sé, per il misero risultato di avere qualche applauso da una minoranza di idioti che indossano la sciarpetta rossa o la kefiah. Ci rivedremo all’Inferno».

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