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“Sospeso respiro”, poesia di pandemia

Il titolo vuole indicare quella condizione di soffocamento che tutti fisicamente e psicologicamente abbiamo vissuto durante la pandemia da coronavirus. E di come tale condizione si sia tradotta nei versi di Alberto Bertoni, Paolo Fabrizio Iacuzzi, Giancarlo Sissa e Giacomo Trinci

L’autunno volge al termine. Si avvicina il momento in cui tutti noi saremo chiamati a fare un bilancio delle cose buone e cattive che anche quest’anno abbiamo vissuto, e a riflettere su quanto e come il Covid ha cambiato le nostre vite. Credo che in questo la voce dei poeti ci possa essere utile. Spesso sentono in anticipo ciò che accadrà, e con una particolare sensibilità percepiscono alcuni aspetti del nostro presente. Questa qualità mi sembra di ritrovarla in un libro, Sospeso respiro, che da poco è uscito per Moretti & Vitali, e che ho letto in questi giorni. Anche se formalmente è un’antologia, nella sostanza si tratta di un discorso unico, di un’unica “poesia di pandemia”, che prova a fotografare in una comune tensione epico-corale di impianto civile e non più tragico lirico la condizione di isolamento che tutti abbiamo vissuto e stiamo vivendo e i drammi dell’uomo moderno.

Sospeso respiro (Poesia di pandemia), a cura di Gabrio Vitali, Moretti & Vitali editore, 2020, euro 25,00.

Alberto Bertoni nel suo Un diario poetico e impoetico si immerge nella tragica e atroce esperienza dei campi di concentramento e nei suoi aforismi, a metà fra il verso e la prosa, registra il flusso dell’esistente, la sua amara consistenza. La voce del poeta a volte si annulla e si estrania per lasciare spazio alla realtà, a un’epica del quotidiano, che lascia trapelare ciò che di drammatico si cela nella sua essenza (p.23):

Un Palazzo Reale

Viene avanti, oscilla en travesti
vigile urbano o commodoro
dal fondo del pavimento a scacchi
e tutto confluisce nel berretto
con gli alamari d’oro
ma troppo, troppo largo sulla testa
nuca compresa

Viene avanti e imbocca una porta
altamente proibita ai non polacchi
facendo ciao con la mano
a scolari incoronati di cartoni
multicolori
alle segrete dei nostri cuori

Iacuzzi invece, in un dialogo con la madre, in una ‘poesia-racconto’, lascia affiorare il dramma della paura della morte, alla quale anche quel giorno sono scampati, e il mondo fuori sconvolto dal virus.

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In versi quasi martellanti, scanditi da una punteggiatura che volutamente li spezza, affiorano l’immagine della macchina che passa con il megafono che annuncia di stare in casa, la corsia degli ospedali con i loro respiratori, che si contrappone alla serenità della casa, alla madre ignara, ma anche l’amara consapevolezza di una fine solo rimandata (p.82):

Siamo ancora vivi per una sera. Quando passa la macchina
col megafono. Ed intima di stare a casa. Non pensiamo a uscire.
Il silenzio è assordante. Scelta obbligata. Mentre inesorabile
il bollettino delle sei scandisce la fine dell’aria. Ci porta là

nella realtà dei respiratori. Nelle corsie d’ospedali. I dottori
coi segni delle mascherine. Penso adesso che nei primi anni
Novanta sarei morto anch’io di Virus. E sopravvivo per puro
cocktail di farmaci. Ebola Aids. Malaria Plasma. Provate

a guarire me. Avevo previsto il lupo. Venuto a mordere
le viscere. A nascondersi negli organi. La colpa non tace.
Sopravvissuto. Ma tu ignara. O fai finta di non sapere. Assaggi

quel famoso biscotto. Lo inzuppi come fosse l’ultima
cena da soli. In un istante tutto si ferma. Si ascolta la radio
col bollettino dei morti. La fine è solo per noi rimandata.

La tensione drammatica viene stemperata un po’ dalla voce di Giancarlo Sissa (Senza titolo alcuno), che in frammenti in prosa, fissa sulla pagina in immagini nitide e delicate il suo legame con la natura, in cui l’io ama immergersi per purificarsi dal dolore e dall’esperienza stessa della pandemia (p.134):

[…] Dio si è ritirato dal mondo. La sabbia si rinnova passo dopo passo e l’azzurro luminoso del tuffo resta un miraggio pronto a chiudersi dietro pesanti tende di velluto. Non è la fine della pandemia bensì la fine del sé. Di là dalla pandemia non c’era nulla da scoprire. Solo il muro colorato delle abitudini.

Questo intermezzo prepara la conclusione finale, la riflessione di Giacomo Trinci (Presa di fiato), che si cala nuovamente nell’umano, che gli appare fatto di dolore e urli. I suoi versi, molto espressivi, accentuano il senso di morte, di disfacimento, il pianto e lo strazio, ma portano avanti anche una serrata critica alla società del nostro tempo, alla scuola che sforma e non forma, al dominio dell’economia che definisce ‘cretinismo economicista’ (p. 207):

[…] allevamenti intensivi di studenti
sformati da griglie, parametri, stime,
accertamenti, segnano la pandemia
da industria morta che ci ha attraversato. […]

Sospeso respiro in conclusione, pur essendo suddiviso in sillogi e per autori, propone un tentativo di fuoriuscita dalla crisi della parola, di rinnovamento dei linguaggi, ma anche dalla crisi del nostro tempo, di cui il Covid è solo la manifestazione più evidente e visibile. In questo libro viene declinata in più voci l’esperienza della pandemia e la ferita, ancora non sanata, che ha colpito la città di Bergamo, e la nostra stessa civiltà, che forse può essere superata ricordando e facendo della parola un antidoto alla solitudine, un mezzo per una nuova ricerca di senso.

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Francesco Capaldo

Poeta, drammaturgo, critico letterario. I suoi più recenti libri sono "La promessa del giorno" (Ladolfi, 2017) e il dramma "La signora Orlandi" (Ladolfi, 2017). Ha curato inoltre un commento ai "Canti" di Giacomo Leopardi per Demetra (Giunti, 2019). Fa parte della redazione della rivista Gradiva (Olschki Editore).
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