MondoPrimo Piano

Coronavirus, perché colpisce alcuni Paesi più di altri

Ci sono luoghi risultati quasi immuni. Altri dove il virus ha fatto migliaia di vittime. Demografia, cultura, ambiente e politiche sanitarie (ma anche il caso) sono le cause principali

Il coronavirus ha ucciso oltre 25 mila persone in Spagna, ma nel vicino Portogallo un migliaio. In Indonesia si stima che siano morte migliaia di persone, mentre nella vicina Malesia il blocco rigoroso ha limitato il conto a 100 morti. Nella Repubblica Dominicana sono stati segnalati quasi 8mila casi positivi al coronavirus, mentre ad Haiti, la nazione che occupa l’altra metà dell’isola, i casi segnalati sono stati appena 85. Perché il coronavirus ha colpito duramente alcuni Paesi del mondo come Italia e Stati Uniti mentre ne ha risparmiati altri come gli stati africani? «Il coronavirus ha toccato quasi tutti i Paesi della Terra, ma il suo impatto è stato capriccioso», scrive il New York Times in una analisi approfondita.

LEGGI ANCHE: Il coronavirus circolava in Europa già a dicembre 2019

Questo impatto diversificato della pandemia è visibile anche nelle grandi aree urbane. Metropoli come New York, Londra e Parigi hanno avuto un’enorme quantità di casi positivi e morti, mentre città ancora più grandi e caotiche come Bangkok e New Delhi hanno avuto meno casi e registrato un numero minore di morti. Gli epidemiologi di tutto il mondo concordano con il fatto che la malattia è ancora all’inizio e i dati sono largamente insufficienti per trarre conclusioni, oltre che, casi e decessi sono certamente sottostimati. Una variabile chiave è con quanta accuratezza sono stati fatti i bilanci delle vittime e dei contagiati dai singoli Paesi. Se Germania e Italia prendono in considerazione soltanto i decessi comprovati con il test, il Belgio include nel conteggio anche i morti che si sospetta siano stati contagiati, basandosi su una diagnosi clinica. La statistica ha una sua fetta di responsabilità.

L’indagine del New York Times ha identificato quattro fattori che potrebbero spiegare perché il virus colpisce alcune zone più di altre: demografia, cultura, ambiente e rapidità delle risposte da parte dei governi. Certo, ci sono eccezioni. Molti paesi che sono sfuggiti alle epidemie di massa hanno popolazioni relativamente giovani. In genere proprio le persone più giovani hanno maggiori possibilità di contrarre la malattia in modo lieve o asintomatico. Statisticamente hanno meno probabilità di avere quelle patologie pregresse che possono trasformare Covid-19 in una malattia particolarmente insidiosa e mortale. L’Africa, con i suoi 45 mila casi segnalati è il continente più giovane del mondo con un’età inferiore ai 25 anni. Al contrario, come sappiamo, l’età mediana dell’Italia, tra i Paesi più colpiti al mondo, supera i 60 anni e la percentuale più alta di vittime si registra sopra i 70 anni. Sulla teoria demografica ci sono però eccezioni. Guardiamo il Giappone: con la popolazione più vecchia del mondo ha registrato meno di 500 vittime.

Fattori culturali come il distanziamento sociale già insito nelle abitudini di una popolazione possono offrire maggiore protezione. In India, e soprattutto in Thailandia dove il virus ha una diffusione relativamente bassa , la gente si saluta a distanza, coi palmi delle mani uniti come in preghiera. In Giappone e in Corea del Sud ci si saluta con un inchino e queste popolazioni, già prima dell’arrivo del coronavirus, indossavano la mascherina quando non si sentivano bene. Nei Paesi latini come l’Italia invece il contatto personale è molto sentito. In diversi paesi del Medio Oriente, dove la pandemia non ha portato a molti casi, il saluto avviene quasi sempre con una stretta di mano e un abbraccio. Quindi anche sul distanziamento culturale ci sono eccezioni.

Non è ancora chiaro se il coronavirus tolleri poco i climi caldi: diversi ricercatori stanno provando a capirlo, anche basandosi sulla diffusione geografica della Covid-19 finora. Le epidemie più consistenti sono iniziate nella stagione invernale in paesi con climi temperati come l’Italia e buona parte degli Stati Uniti, mentre il coronavirus è rimasto pressoché assente da zone più calde come la Guyana in Sudamerica e il Ciad nell’Africa centrale. Ma i ricercatori concordano quasi tutti con l’idea che il caldo da solo non fermerà il coronavirus. Al limite potrà rallentarne la diffusione. In estate si tende a trascorrere più tempo all’aperto, ad areare più di frequente gli ambienti chiusi e a prediligere mezzi di trasporto individuali come la bicicletta. Tutti questi fattori contribuiscono a ridurre il rischio di contagio, perché si trascorre meno tempo in ambienti chiusi dove il coronavirus potrebbe diffondersi più facilmente.

LEGGI ANCHE: Coronavirus, la lezione della Grecia all’Ue: pochi morti e contagi

I Paesi che si sono chiusi tempestivamente come la Grecia e il Vietnam sono stati capaci di evitare che l’epidemia finisse fuori controllo. In Africa, dove hanno già vissuto le drammatiche esperienze di Hiv, Ebola, tubercolosi hanno reagito rapidamente all’emergenza. Il personale degli aeroporto della Sierra Leone e dell’Uganda ha cominciato a prendere la temperatura dei passeggeri e a indossare mascherine ben prima che Europa e Stati Uniti prendessero queste precauzioni. Senegal e Ruanda hanno chiuso in confini quando avevano ancora pochissimi casi, tracciando rapidamente i contagiati con protocolli già rodati. In Medio Oriente la chiusura di moschee, santuari e chiese è avvenuta relativamente presto e questo ha probabilmente contribuito ad arginare la diffusione del virus in molti paesi. Allo stesso tempo alcuni paesi dove le autorità hanno reagito in ritardo, mettendo in atto pochi blocchi, sono stati risparmiati, come ad esempio Cambogia e Laos. Anche in Svezia l’approccio ha previsto l’adozione di poche restrizioni, ma senza aumenti significativi di nuovi casi o decessi.

Gli esperti consultati dal New York Times hanno spiegato che probabilmente non c’è un solo motivo per cui un paese sia interessato più di un altro dall’epidemia. La diffusione del contagio in Italia, Spagna, Francia o negli Stati Uniti può essere dipesa da uno dei quattro fattori o da tutti e quattro. Ma c’è anche un quinto fattore del tutto imprevedibile: il caso. Per esempio, la presenza di un “super diffusore”, una persona che infetta molti più individui rispetto alla media, in un singolo evento pubblico può avere innescato una catena dei contagi in un paese con caratteristiche pressoché identiche a quelle di un altro paese, dove invece l’assenza di un simile evento casuale ha consentito un minor aumento dei contagi. Come il caso della Nave da crociera Diamond Princess in Giappone e l’evento religioso in Corea del Sud.

Tags
Back to top button
Close

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi